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Malattia renale cronica: identificata una nuova variante del gene UMOD

Lo studio, coordinato da Luca Rampoldi, professore all’Università Vita-Salute San Raffaele e group leader della Divisione di Genetica e di Biologia Cellulare dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, e da Olivier Devuyst, professore e ricercatore dell’Istituto di Fisiologia dell’Università di Zurigo, ha gettato nuova luce sulla malattia renale cronica, una patologia che ogni anno colpisce milioni di persone in tutto il mondo. 

I ricercatori hanno identificato una nuova variante del gene UMOD, già noto come possibile causa di sviluppo di malattie renali croniche, fornendo così nuove intuizioni riguardo l’architettura genetica della malattia, con future prospettive di cura per i pazienti affetti.

La scoperta è stata pubblicata poche settimane fa sulla prestigiosa rivista scientifica “PNAS”. 

La malattia renale cronica è una condizione patologica che interessa il rene e che provoca una progressiva e irreversibile insufficienza d’organo. 

Ha una diffusione globale stimata superiore al 10% della popolazione e i numeri sono in costante aumento. Diversi milioni di individui ne sono affetti solo in Italia, con un carico socio-sanitario molto elevato. 

Le opzioni terapeutiche sono purtroppo limitate e consistono unicamente, nella fase più avanzata della patologia, nella dialisi e nel trapianto d’organo. 

“Quanto alle possibili cause della CKD, si registra una forte predisposizione genetica alla malattia: ecco perché decifrarne l’architettura genetica è fondamentale. Nel mio laboratorio, da anni cerchiamo di studiare i meccanismi all’origine delle malattie renali con l’obiettivo di sviluppare strategie terapeutiche sempre più efficaci”, spiega Luca Rampoldi.

Sotto la lente degli scienziati un gene di particolare interesse, denominato UMOD, che codifica per l’uromodulina, la proteina più abbondante escreta nelle urine, e che è fondamentale nella protezione dei reni dai calcoli e dalle infezioni alle vie urinarie. 

Varianti del gene UMOD individuate fino ad oggi erano di 2 tipi: mutazioni rare ad alto effetto, che riguardano il 2% dei pazienti CKD e portano inevitabilmente all’insufficienza renale; varianti frequenti a basso effetto, molto più diffuse, essendo presenti nell’80% della popolazione, concorrono al rischio di sviluppare CKD in età avanzata in combinazione con altri fattori genetici e ambientali. 

Questo studio ha rivelato l’esistenza di varianti intermedie, sia per la loro frequenza nella popolazione, sia per il rischio di sviluppare insufficienza renale. 

“Questo studio nasce dalla collaborazione con il gruppo del Prof. Devuyst ed ha coinvolto diversi gruppi di ricerca e consorzi internazionali, oltre a famiglie e pazienti. Abbiamo combinato diverse tecniche di ricerca, dalla genetica di popolazione alla biologia cellulare, dalla predizione in silico all’uso di banche dati e biobanche, per identificare, per la prima volta, una variante del gene UMOD che modifica un singolo residuo della proteina e che ha effetto intermedio”, specifica Rampoldi. 

Questa variante genetica, rilevata in ~ 1:1.000 individui di origine europea, è stata associata ad un aumento del rischio di insufficienza renale grave di circa 4 volte nelle popolazioni analizzate. 

“Identificare una nuova variante a effetto intermedio di UMOD ci ha permesso di completare lo spettro del rischio genetico associato a varianti di questo gene di sviluppare malattie renali e, in futuro, potrebbe avere importanti implicazioni per i test e le consulenze genetiche. L’approccio adottato potrebbe essere applicato anche ad altre malattie genetiche”, conclude Rampoldi.

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