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Le parole possono far male, letteralmente. Di fronte a parole ma anche a comportamenti che ci offendono, che non rispondono ai nostri bisogni, possiamo provare un dolore che, a livello di attivazioni cerebrali, è sovrapponibile a quello fisico.

Questa esperienza ha una precisa sostanza neuroscientifica ed è tanto più importante se osservata in una relazione di cura. Che cosa succede a livello neurale quando la comunicazione medico–paziente non funziona? Quali effetti possono avere sul malato, parole dure o atteggiamenti non accoglienti?

E’ questo l’oggetto di un innovativo studio sperimentale svolto dalla Fondazione Giancarlo Quarta, Onlus in collaborazione con l’Università di Padova e il PNC.

F.I.O.R.E. 2, questo il titolo della sperimentazione presentata a Milano, è il proseguimento di un primo studio che aveva misurato gli effetti a livello cerebrale di una comunicazione rispondente ai bisogni del malato. In questo secondo lavoro, ancora una volta svolto mediante tecniche di neuroimaging, si è messo a fuoco cosa succede nel cervello quando siamo in una relazione che non funziona.

A 30 soggetti sani sono state sottoposte, in scansione cerebrale, una serie di vignette raffiguranti varie situazioni sociali di interazione tra due persone, nelle quali il soggetto riceve tre tipi di stimoli detti “rinforzo”: “rinforzo negativo”, in cui il comportamento dell’altro non risponde al bisogno del soggetto, “neutro/di controllo” e “rinforzo positivo”. Ad esempio: stai salendo sul treno con una valigia pesante e la persona dietro di te sbuffa e non ti aiuta, resta immobile e aspetta che tu salga, ti sorride e ti aiuta a caricare la valigia.

I soggetti, oltre alla risonanza, hanno compilato due test di valutazione della personalità e affettività: il BFQ – Big Five Questionnaire e il QDF – Questionnaire on Daily Frustrations.

Sulla base dei dati raccolti, lo studio ha misurato e analizzato: le risposte di attivazione, ovvero quali aree cerebrali risultano maggiormente attivate dagli stimoli negativi rispetto agli altri stimoli; le risposte di connettività, ovvero come dialogano le diverse aree del cervello quando c’è un rinforzo negativo e le correlazioni cervello-comportamento-personalità.  

E’ emerso che, ricevere il rinforzo negativo – la parola aggressiva, svalutante, che lascia insoddisfatti – è un’esperienza totalizzante, perché attiva, allo stesso tempo, aree del cervello appartenenti alle sfere cognitiva, emotiva e motoria. A livello di connettività tra le diverse aree del cervello, si è osservato che il rinforzo negativo attiva il network che percepisce ed elabora il dolore con aree sovrapponibili al dolore fisico: la parola negativa, dunque, ferisce. Quando la comunicazione non funziona, si è osservata un’attivazione delle aree motorie, come se il soggetto sentisse minata la propria integrità e fosse pronto a fuggire/reagire; non solo, la parola negativa favorisce un comportamento non sociale, evidenza riscontrabile a livello cerebrale con un minor dialogo tra i due emisferi del cervello.

I risultati della sperimentazione sono stati presentati e discussi oggi in un convegno moderato da Luigi Ripamonti, direttore del Corriere Salute. Per la Fondazione sono intervenuti Lucia Giudetti Quarta, Presidente Fondazione Giancarlo Quarta Onlus, Alan Pampallona, Direttore generale FGQ e Andrea Di Ciano, Coordinatore Ricerche scientifiche FGQ. Il panel dei relatori ha visto la partecipazione di Fabio Sambataro, Professore del Dipartimento Neuroscienze Università degli Studi di Padova, Pierdante Piccioni, Dirigente Medico – ASST Lodi, Mauro Moreno, Direttore sanitario – Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, Augusto Caraceni, Direttore S.C. Cure palliative, Terapia del dolore e riabilitazione – Istituto Nazionale dei Tumori, Federico d’Amario, Responsabile U.O. Ortopedia protesica e ricostruttiva anca e ginocchio – Humanitas S. Pio X, Alberto Giannini, Direttore S.C. Anestesia e Rianimazione pediatrica Ospedale dei bambini – ASST Spedali Civili, Lorenzo Menicanti, Direttore scientifico, Direttore Area chirurgica cuore – Policlinico S. Donato.

“Qualunque atto medico viene realizzato anche attraverso la parola, la quale, come dimostrato da un numero sempre crescente di ricerche scientifiche, è una componente essenziale dell’efficacia dell’atto medico stesso – commenta Andrea Di Ciano, Coordinatore delle ricerche scientifiche FGQ – Pertanto è doveroso e utile avere cura delle parole, di quelle pronunciate, affinché siano di guida e conforto per il paziente, ma anche delle parole non dette nei momenti in cui sarebbero state necessarie. Infatti, non è possibile non comunicare, fare un passo indietro rispetto alla dimensione della parola: ignorare il bisogno del paziente costituisce un rinforzo negativo che può far sentire non considerati e non accolti, sia il paziente in quanto ammalato, sia, soprattutto, il paziente come persona.”

“Il mancato riconoscimento dei bisogni di una persona, e del paziente in particolare, rappresenta una significativa violazione della relazione sociale che causa una reazione emotiva psichica e fisica immediata con attivazione di un importante sistema di allarme che coinvolge un circuito neurale simile a quello del dolore fisico – conclude il professor Fabio Sambataro, Dipartimento Neuroscienze Università degli Studi di Padova – Se il disallineamento bisogno-risposta persiste, la relazione può impoverirsi, perdere di significato e addirittura minare l’autostima e risultare inutile se non addirittura dannosa. Il medico dovrebbe trovare il tempo e il modo o, meglio, i modi, per ascoltare il paziente con i suoi spazi e tempi, accogliendo il suo bisogno di empatia, di riconoscimento per poter garantire una relazione che sia realmente terapeutica.”

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