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Leucemia linfatica cronica: impatto del long covid e nuove terapie

La leucemia linfatica cronica è un tumore raro ma rappresenta il tipo più frequente di leucemia che colpisce la popolazione occidentale. Già dall’inizio della pandemia da SARS-CoV-2 è emerso che i pazienti con malattie ematologiche, in particolare quelli con leucemia linfatica cronica, hanno un rischio elevato di sviluppare forme severe di COVID-19.
Nello studio “The evolving landscape of COVID-19 and post-COVID condition in patients with chronic lymphocytic leukemia: A study by ERIC, the European research initiative on CLL”, pubblicato sulla prestigiosa rivista «American Journal of Hematology» e coordinato dal dott Andrea Visentin del Dipartimento di Medicina dell’Università di Padova, sono stati raccolti i dati di più di 1500 pazienti da 80 paesi nel mondo, e si è osservato che al passare del ondate di infezioni sono aumentate le persone che guariscono anche dal COVID-19, ma allo stesso tempo, sono in aumentato anche le persone che hanno sviluppato long-COVID, in particolare fino al 15% delle persone con leucemia linfatica cronica ma guarite dal COVID posso sviluppare segni e sintomi da long-COVID.
«Il trattamento della leucemia linfatica cronica è radicalmente cambiato nell’arco degli ultimi 10 anni – dice il prof Livio Trentin, ordinario della cattedra di ematologia dell’Università di Padova e direttore della UOC di Ematologia dell’Azienda Ospedale Università di Padova -. Quasi tutti i pazienti ricevono farmaci
biologici mirati contro le cellule della leucemia. Dato il costo elevato di questi farmaci è fondamentale capire esattamente come utilizzare al meglio questi farmaci e gestire i possibili effetti collaterali».
«Abbiamo coordinato un gruppo di ricerca di 15 istituti sparsi su tutto il territorio italiano, riuscendo a analizzare il più grande gruppo di pazienti con leucemia linfatica cronica con anomalie di TP53 trattati in prima linea di terapia con venetoclax, farmaco biologico in pastiglie in grado di causare la morte delle cellule leucemiche – spiega il dott. Andrea Visentin primo autore dello studio -. Questo ampio gruppo
nazionale di studio è riuscito a dimostrare l’elevata efficacia e tolleranza di venetoclax come prima linea di terapia, fornendoci importanti notizie con ripercussione pratiche sulla nostra attività quotidiana».
«Questi studi – dice il Prof. Trentin -, sono frutto di una fondamentale attività di rete che stiamo sviluppando con le ematologie del Veneto grazie alla Rete Ematologica Veneta, le ematologie italiane grazie ad AIL-GIMEMA ed i centri europei grazie ad ERIC guidata dal Prof. Paolo Ghia dell’Ospedale San Raffaele di Milano. L’importanza di questi studi è anche sociale perché realizzate grazie al contributo dell’associazione di volontariato – Ricerca per Credere nella vita, associazione creata da una nostra paziente, Franca Boschello e suo fratello Renzo, e che supporta la mia struttura da circa 20 anni.»

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