Nessun banner disponibile

Print Friendly, PDF & Email

Wahnstimmung è una parola composta che dal tedesco può essere tradotta con la locuzione umore pre-delirante, e comprende in sé un mondo di significati, lo stesso mondo che si dissolve nella schizofrenia con l’esplosione dell’io, aprendo le porte ai sintomi della psicosi.

L’esordio della schizofrenia può verificarsi in modo subdolo, configurandosi come sviluppo a partire da una personalità abnorme verso una dimensione sintomatologica conclamata; il quadro clinico si instaura in modo insidioso, di mese in mese, di settimana in settimana, e il soggetto si distacca sempre più dal mondo oggettivo per ripiegarsi in un privato, spesso inaccessibile, in cui l’emergere dei deliri e delle allucinazioni rappresenta solamente la punta di un iceberg. Esiste, tuttavia, una modalità d’esordio più acuta, in cui la sintomatologia irrompe e interrompe una condizione esistenziale di apparente normalità.

L’ingresso della psicosi nella vita del soggetto comporta un cambiamento drammatico nel rapporto tra l’io e il mondo. Ed è proprio lo stravolgimento dell’io che porta allo sconvolgimento del come viene percepito il mondo. Nell’esperienza dell’umore pre-delirante – della Wahnstimmung, secondo gli psichiatri tedeschi di orientamento fenomenologico, come Karl Jaspers -, rientra il vissuto di fine del mondo.

Un ragazzo di sedici anni fu ricoverato, per disturbi del comportamento, nel reparto di psichiatria presso cui lavoravo. I genitori riferivano di un cambiamento delle sue abitudini e, negli ultimi giorni, di “atteggiamenti, discorsi e ragionamenti strani”. Il giovane, al colloquio, si presentava estremamente angosciato e preoccupato; guardava spesso la finestra, come se fuori ci fosse qualcosa di minaccioso e di terribile. Alla mia domanda su che cosa stesse accadendo, rispose che “era iniziata la fine del mondo”; indicò un ordinario cielo grigio autunnale, descrivendolo come coperto da nubi nere da cui a breve sarebbe scaturito un uragano, e poi ancora un terremoto che avrebbe squarciato il suolo. Era fermamente convinto delle sue affermazioni, intrise di un alone mistico e apocalittico, in cui vagheggiava l’idea di un dio punitivo. Guardava me e gli oggetti dello studio medico con sospetto, come se tutto rappresentasse per lui un pericolo, e come se, allo stesso tempo, ogni cosa fosse una minaccia. Seguiva i miei gesti e i movimenti delle mie mani con prolungata attenzione, quasi nascondessero qualcosa di sinistro e di indecifrabile, e mi chiedeva se i titoli dei libri di Medicina riposti nella vetrinetta non fossero stati riscritti per esprimere lo sconvolgimento universale che di lì a poco sarebbe accaduto, ovvero la fine del mondo.

L’esperienza di fine del mondo, all’esordio delle psicosi schizofreniche, è drammatica e radicale; tutto deve essere ridefinito agli occhi del soggetto, perché mutato nel significato e nell’essenza. Le altre persone sono viste come burattini, automi dai movimenti meccanici, accelerati o rallentati, privi di anima e di contenuti umani. Le cose sono, d’altra parte, percepite secondo una semantica dell’occulto e dell’incomprensibile, che genera angoscia, sospetto o certezza che qualcosa di ineluttabile e ancora più grave stia per accadere.

In questo drammatico vissuto di cambiamento, di sconvolgimento e di fine del mondo non stupisce che si possano installare i caratteristici disturbi della schizofrenia, i deliri, strutturandosi pian piano come verità assolute, secondo la logica della sostituzione di quelle che un tempo furono le certezze, cui era ancorata la coscienza dell’io e del mondo. Lo schizofrenico, pertanto, proprio dall’esplosione dell’io e del mondo che gli erano appartenuti, ricrea un nuovo universo, regolato da leggi non convenzionali e pieno di contenuti dislocati in un’altra dimensione, che implica un funzionamento del pensiero secondo principi arcaici e, secondo le teorizzazioni di Jung, archetipici.

La schizofrenia, tuttavia, non può essere considerata alla stessa stregua delle altre malattie che riempiono i trattati di Medicina: malgrado la sua dimostrata base organica, condiziona un tale sovvertimento dell’io e del mondo da rappresentare molto di più, una sorta di natività e di creazione di un nuovo sé. La sistematizzazione nosologica del DSM-V, come le precedenti edizioni del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, ha continuato a descrivere le psicosi nella loro dimensione negativa di processo patologico deprivato degli elementi positivi caratterizzanti la presunta normalità di gregge. Esiste, tuttavia, un’altra prospettiva dalla quale considerare l’universo psicotico: quella del mondo neo-generato, dal quale attingono temi e creatività personaggi che hanno fatto parlare di sé in fatto di concezione dell’arte e della bellezza. Ne è esempio – e non è il solo – Vincent Van Gogh, che seppe trasfigurare la sua esperienza psicotica in tele immortali.

(Dott. Aldo Nocchiero)

Share Button