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L’incessante impegno nell’identificare la genetica della SLA procede a ritmo serrato anche nell’escludere quei geni implicati in altre malattie neurodegenerative che magari si pensava potessero avere anche un ruolo nella genesi della Sclerosi Laterale Amiotrofica. Ciò è fondamentale per concentrarsi, invece, su quei geni che si sono rivelati e si riveleranno dalle prossime scoperte davvero responsabili della malattia. È il caso del gene denominato SMN1/SMN2. Un quesito ha, infatti, accompagnato per anni la possibile associazione tra mutazioni del gene SMN1/SMN2, responsabile della forma infantile di malattia del motoneurone, la SMA o atrofia muscolare spinale e la Sclerosi Laterale Amiotrofica, la malattia del motoneurone più frequente dell’adulto.  
Nelle forme familiari la SLA contempla più di 30 geni responsabili della malattia, mentre nella forma sporadica sono stati identificati il 10% di mutazioni nei geni. Per il rimanente 90% di casi di SLA sporadica la ricerca di geni modificatori di malattia è stata intensa per possibile impatto sul genere, età di esordio, sito di esordio, ritardo diagnostico, presenza di decadimento cognitivo/comportamentale e il gruppo dell’Istituto Auxologico Italiano con la dott.ssa Isabella Fogh aveva già identificato il gene CAMTA1 come modificatore della sopravvivenza dei pazienti nel 2016.   Il quesito relativo al gene della SMA è divenuto oggi di particolare rilievo dato che sono state sviluppate terapie geniche di successo per la correzione del gene SMN1/SMN2 e per il recente sviluppo di terapie geniche anche nella SLA genetica legata a mutazioni per i geni SOD1 e C9orf72. La necessità di una chiarificazione sui vari geni implicati nella SLA appariva urgente e l’IRCCS Istituto Auxologico Italiano con l’ Università degli Studi di Milano ed il Centro “Dino Ferrari” ha dato un contributo alla definizione del problema.   «Con uno sforzo di ricerca internazionale ora la risposta è chiara – afferma il prof. Vincenzo Silani, Professore ordinario della Università degli Studi di Milano e primario di neurologia dell’Auxologico che con Nicola Ticozzi, professore associato nello stesso ateneo, ha firmato il contributo scientifico pubblicato da “Annals of Neurology” portando il fondamentale contributo italiano alla recente scoperta – perché dopo analisi di 6.375 genomi SLA verso 2412 controlli non è stata dimostrata nessuna significativa differenza nelle relative sequenze del DNA. La raccolta di un così vasto numero di campioni – continua il prof. Silani – è stato possibile grazie all’adesione al progetto MinE, volto al sequenziamento completo del DNA di 15.000 pazienti affetti da SLA sporadica, nell’ ambito del più vasto progetto di sequenziamento in atto per una malattia rara quale la SLA».  
«La variazione del numero di copie del gene SMN – puntualizza il prof. N. Ticozzi – non si associa neppure con la sopravvivenza del paziente SLA o con l’età di esordio della malattia: questo è l’ulteriore risultato di una specifica analisi nell’ ambito del lavoro scientifico che abbiamo pubblicato». Quello che in molti empiricamente si chiedevano è, infatti, se le terapie geniche efficaci per la SMA potessero esserlo anche per la SLA. Questo poderosa ricerca internazionale, attivata anche attraverso il progetto MinE, lo ha escluso, consentendo così ai ricercatori di potersi focalizzare su altri geni responsabili della SLA e su altre terapie geniche efficaci.      «L’impatto delle terapie geniche nella SMA con i brillanti risultati ottenuti – precisa il prof. V. Silani – imponeva un chiarimento relativo al possibile ruolo patogenetico del gene SMN1/SMN2 nella SLA per le possibili implicanze terapeutiche anche in questa malattia. Il numero di pazienti ora sequenziata rappresenta  il campione più vasto mai analizzato. Il contributo dal progetto MinE è stato sostanziale perché ha permesso di accedere alle sequenze di DNA di 9.600 genomi di pazienti affetti da SLA, sottolineando l’alto valore collaborativo del progetto MinE in ambito europeo e nord-americano. I 6.375 casi analizzati sono stati selezionati passando attraverso un accurato filtro volto al raggruppamento di sicuri dati clinici, presupposto fondamentale per l’interpretazione corretta dei dati ottenuti».   «Recentemente la SMA è divenuta una malattia curabile e l’impatto sulla malattia nell’ adulto, la SLA, era stato da molti ipotecato – afferma il prof. N. Ticozzi – ma la definizione della assenza di un ruolo patogenetico del gene SMN1/SMN2 nella SLA assume ora decisivo valore nella scelta dei futuri orientamenti terapeutici. L’affermazione, infatti, che i trattamenti utili per la SMA non hanno significato per la cura della SLA rappresenta un punto nodale e chiaro alla luce della completezza dello studio odierno».   «Il progetto MinE a cui l’Italia partecipa – conclude il prof. V. Silani – ha dato già molti contributi alla definizione dei meccanismi patogenetici della SLA e l’attuale definizione di un ruolo ridotto del gene SMN1/SMN2 ne rappresenta un ulteriore brillante prodotto. Il progetto MinE mira a identificare geni patogenetici nella SLA sporadica, a definire i meccanismi di malattia ed identificare la terapia più adatta per risolvere un enigma, quello della SLA, che ancora segna la vita del paziente e quella del ricercatore che si trova attivamente impegnato a trovarne la soluzione».

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