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Perchè tanti ultra90enni al Mugello? Presentati i risultati dello studio

L’osservazione da cui nacque l’idea di uno studio sugli anziani del Mugello, nell’autunno 2009, fu del professor Claudio Macchi, direttore di riabilitazione generale dell’IRCCS “Don Gnocchi” di Firenze, rivolta a Raffaello Molino Lova, all’epoca ricercatore in Fondazione, medico specialista in malattie cardiovascolari ed esperto di biostatistica: «Perché non organizziamo uno studio sugli anziani che vivono nel Mugello? Io lì ne vedo molti…».
Osservazione poi confermata dai dati: in Mugello, territorio della Toscana che si trova a nord di Firenze, vivono numerosi ultranovantenni, più della media nazionale. Quando la ricerca, promossa e finanziata dalla Fondazione Don Gnocchi, in collaborazione con l’Università Degli Studi di Firenze e la Società della Salute del Mugello, partì nel 2010, fu uno tra i primi studi scientifici in Italia e al mondo su questa fascia di popolazione; coinvolse oltre 500 persone, il 73% donne, il 27% uomini, di cui il 90% circa viveva in casa propria e di questi 1 su 5 senza bisogno di assistenza.

Individuata la popolazione di riferimento, tutte le persone coinvolte furono visitate a domicilio per la raccolta di dati e campioni biologici: anamnesi familiare, patologica e farmacologica; questionari sull’indipendenza funzionale, le cadute, il tono dell’umore, il livello di attività fisica, la qualità della vita percepita, la qualità del sonno; esami cardiovascolari, test di misura della forza, misure antropometriche, composizione corporea, misura del dispendio calorico tramite calorimetro… In un secondo passaggio, un infermiere effettuava un prelievo ematico, con conservazione di siero e plasma. L’obiettivo era “fotografare” quella fascia di popolazione nei vari aspetti sanitari e sociali attraverso un metodo di indagine multidisciplinare, al fine di monitorarne lo stato di salute e individuare i principali determinanti che hanno influenzato l’invecchiamento.

A dieci anni dalla conclusione delle studio, sono stati presentati i risultati dello studio, con l’obiettivo di acquisire maggiori conoscenze sull’invecchiamento e sulle patologie ad esso correlate, di stimolare una riflessione comune su presente e futuro della cura e dell’assistenza dell’anziano, sulla caratterizzazione dei bisogni sanitari, assistenziali e sociali e sull’individuazione di gruppi particolarmente fragili, al fine di supportare percorsi assistenziali territoriali sempre più specifici ed efficaci.
All’incontro hanno partecipato anche Filippo Carlà Campa, sindaco di Vicchio e membro del Comitato Scientifico dello studio; Maria Chiara Carrozza, presidente del CNR; Riccardo Nencini, presidente del Gabinetto Viesseux e Marco Brintazzoli, direttore della Società della Salute del Mugello. Per la Fondazione sono intervenuti il presidente don Vincenzo Barbante, il direttore generale Francesco Converti, il direttore scientifico Eugenio Guglielmelli e il direttore scientifico dell’IRCCS di Firenze Sandro Sorbi.

Un primo risultato significativo è che i dati raccolti hanno portato alla pubblicazione di oltre 25 articoli scientifici su riviste internazionali, volti a valutare diverse aree di interesse, quali salute fisica, salute psichica, stato cognitivo, capacità funzionali, alimentazione, fattori genetici, fattori sociali e ambientali.
Tra le caratteristiche peculiari emerse dallo studio dal punto di vista alimentare, come messo in evidenza dal professor Francesco Sofi, professore associato di Scienze e Tecniche dietetiche applicate dell’Università di Firenze, è una buona aderenza alla dieta mediterranea, molto di più della media nazionale. Si è visto infatti che la dieta mediterranea contribuisce alla prevenzione di patologie legate all’invecchiamento, tra cui la prevenzione del decadimento cognitivo.
E proprio il decadimento cognitivo è risultato essere un altro fattore importante legato alla longevità: la conservazione di un buono stato cognitivo sembra avere un ruolo primario per la sopravvivenza nel breve e lungo periodo. Appare quindi importante porsi come obiettivo sanitario la prevenzione del decadimento cognitivo promuovendo l’assunzione o il mantenimento di corretti stili di vita e gestendo adeguatamente le condizioni e i fattori di rischio che ne predispongono l’insorgenza.

Altro fattore fondamentale, è una buona e adeguata attività fisica. Circa un terzo della popolazione dello studio era completamente autonoma nella cura di sé e più di metà era cognitivamente integra. Affrontare l’inattività fisica, i sintomi depressivi e il declino cognitivo, ad esempio con interventi multidimensionali non farmacologici che promuovano uno stile di vita attivo sul piano sia fisico che sociale possono avere un effetto positivo su preservare e ripristinare la capacità funzionale fino all’età più avanzata. A parità di numero di patologie, l’ottimizzazione del trattamento farmacologico potrebbe contribuire al mantenimento dell’autonomia.
In questo senso, come ha ricordato la professoressa Francesca Cecchi, specialista in geriatria e fisiatria del Centro IRCCS “Don Gnocchi” di Firenze, il progetto europeo AGAPE, da lei coordinato e partito da poco, rivolto in fase sperimentale proprio ad un gruppo di persone anziane del Mugello, potrebbe essere un valido supporto in questo senso. Scopo principale del progetto è infatti l’attivazione di nuovi servizi attraverso la realizzazione di supporti tecnologici innovativi e la promozione di comportamenti efficaci e misurabili finalizzati ad un invecchiamento sano e attivo della popolazione.

«L’invecchiamento caratterizza l’evoluzione del nostro Paese – ha commentato il presidente della Fondazione don Vincenzo Barbante nelle sue conclusioni -. È una prospettiva valutata però solo in termini di costi e oneri. La sfida culturale da affrontare invece è vedere la longevità in termini di opportunità: dobbiamo superare l’emarginazione e la solitudine degli anziani e rivalutare la rilevanza sociale del loro contributo, immaginando percorsi che valorizzino il loro ruolo. Dobbiamo valorizzare questa età della vita, saperle dare un senso, altrimenti rischiamo di relegare questa popolazione al ruolo di lungodegenti, come se fossero solo un peso».

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