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La gravità della sindrome mielodisplastica è legata alle mutazioni del gene TP53

Un ampio studio internazionale pubblicato su “Nature Medicine” rivela che i pazienti affetti da sindrome mielodisplastica, una forma di tumore del sangue, giungono ad esiti peggiori della malattia se presentano due copie mutate del gene TP53 rispetto ai pazienti con una singola copia mutata.
Coordinato da ricercatori del Memorial Sloan Kettering Cancer Center, lo studio è stato realizzato grazie ad un’ampia collaborazione internazionale, che ha coinvolto tra gli altri la professoressa Matilde Y. Follo del Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, con il supporto di Fondi MIUR-PRIN. La professoressa Follo svolge attività di ricerca presso il Laboratorio di Trasduzione del segnale diretto dal professor Lucio Cocco, impegnato da decenni nello studio delle sindromi mielodisplastiche e del signalling. “Questi risultati – dice la professoressa Follo – hanno un’importanza clinica immediata per la valutazione del rischio e il trattamento delle persone affette da sindrome mielodisplastica, un precursore della leucemia mieloide acuta”.
Il gene TP53 è spesso definito “il guardiano del genoma”. La sua funzione è infatti quella di rilevare possibili danni al DNA e impedire che questi difetti vengano trasmessi alle cellule figlie nel processo di replicazione. Quando però questo gene subisce delle mutazioni, la proteina p53 non riesce più a svolgere a pieno la sua funzione protettiva. E questo può portare allo sviluppo di un tumore.
Come avviene per tutti i geni del genoma umano, in ogni cellula esistono due copie di TP53, una di origine materna, l’altra di origine paterna. Fino ad oggi non era chiaro se ci fossero differenze significative sugli esiti della malattia nel caso di mutazioni di una sola copia o di entrambe. In merito alla sindrome mielodisplastica, una risposta arriva ora da questo studio.
Realizzata sotto l’egida dell’International Working Group for the Prognosis of MDS, il cui obiettivo è quello di sviluppare nuove linee guida internazionali per il trattamento della sindrome mielodisplastica, la ricerca è basata sull’analisi dei dati genetici e clinici di 4.444 pazienti trattati negli ospedali di tutto il mondo.
Usando nuovi metodi computazionali, i ricercatori hanno così scoperto che circa un terzo dei pazienti affetti da sindrome mielodisplastica aveva una sola copia mutata di TP53, mentre i restanti due terzi presentavano mutazioni in entrambe le copie. E le differenze tra i due gruppi rispetto agli esiti della malattia si sono rivelate significative.
“I pazienti con una sola copia mutata di TP53 hanno avuto esiti simili ai pazienti che non presentavano nessuna mutazione: buona risposta al trattamento, bassi tassi di progressione della malattia e una migliore sopravvivenza”, spiega la professoressa Follo. “Gli altri due terzi dei pazienti hanno invece avuto esiti molto peggiori, tra cui resistenza al trattamento, rapida progressione della malattia e una bassa sopravvivenza globale”.
I risultati dell’indagine rivelano, in effetti, che questa variabile – la presenza di mutazioni in una singola copia del gene TP53 oppure in entrambe le copie – risulta la più importante nel predire gli esiti della malattia. Una scoperta che dovrebbe portare ad approfondire il ruolo di questa variabile anche in altre forme di tumore.
“Data l’alta frequenza di mutazioni del gene TP53 nel cancro, questi risultati spingono ad esaminare l’impatto di questa variabile anche in altre malattie tumorali”, conferma la professoressa Follo. “E rivelano inoltre la necessità di sperimentazioni cliniche progettate specificamente tenendo conto di queste differenze molecolari”.
Lo studio è stato pubblicato su “Nature Medicine” con il titolo “Implications of TP53 allelic state for genome stability, clinical presentation and outcomes in myelodysplastic syndromes”.

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