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Leucemia linfoblastica acuta T: individuate le cellule potenzialmente responsabili delle recidive della malattia

La leucemia linfoblastica acuta di tipo T viene trattata con la chemioterapia, che solitamente risulta efficace. Tuttavia, il 10% dei pazienti in età pediatrica e il 60% dei pazienti adulti vanno incontro a una progressione del tumore anche dopo la chemio.

Un nuovo studio, coordinato da Isabella Screpanti e Antonio Francesco Campese del Dipartimento di Medicina molecolare della Sapienza, ha individuato uno dei meccanismi coinvolti nella maggior parte dei casi di LLA di tipo T.

La ricerca, pubblicata sulla rivista “Frontiers in Immunology”, è nata dalla collaborazione dei dipartimenti di Medicina molecolare e Medicina sperimentale della Sapienza con l’Istituto italiano di tecnologia ed è stata possibile anche grazie al contributo di Fondazione Airc.

I ricercatori hanno lavorato con topi da laboratorio geneticamente modificati per avere alterazioni della via di Notch che sono responsabili dello sviluppo di alcune forme di LLA-T.

Sono state così identificate alcune cellule del sistema immunitario coinvolte nella ricaduta del tumore, cioè le cellule soppressorie mieloidi. Se in grande quantità, queste cellule, solitamente deputate a bloccare la risposta immunitaria per evitare che risulti eccessiva, riducono la risposta immunitaria anche contro le cellule cancerose.

I linfociti T, che nel caso di LLA-T sono anche cellule tumorali, rientrano tra i bersagli naturali delle cellule soppressorie mieloidi e, per questo, ci si aspettava che potessero inibire la proliferazione del tumore. Tuttavia, ciò non avviene, perché le cellule leucemiche riescono a far volgere a proprio favore l’azione delle cellule soppressorie mieloidi.

Dai risultati di questa ricerca si evince che è l’interleuchina 6, una molecola proteica prodotta dalle stesse cellule tumorali, a promuovere lo sviluppo delle cellule soppressorie. Infatti, gli esperimenti confermano che la somministrazione degli inibitori di IL-6 limita l’espansione di queste cellule, sia negli animali che in cellule leucemiche umane in coltura.

“Questo studio – concludono Isabella Screpanti e Antonio Francesco Campese – potrebbe contribuire in modo cruciale allo sviluppo di nuove terapie basate sull’uso degli inibitori di IL-6 per i pazienti con LLA-T che non rispondono alle altre cure in uso”.

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