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Gemelli: una PET/TAC con FAPI per la diagnosi di fibrosi polmonare nelle malattie reumatologiche

È un nuovo radiofarmaco diagnostico per la PET, è ‘costruito’ intorno alla molecola FAPI e rappresenta una promettente innovazione diagnostica, che fornirà informazioni avanzate sul coinvolgimento polmonare fibrosante in corso di malattie autoimmuni reumatologiche, in primis nella sclerodermia, consentendo di apprezzarne la gravità e la fase di malattia. Questo, associato alla ricerca di possibili biomarcatori di diagnosi nel siero e nel liquido di lavaggio bronco-alveolare dei pazienti, potrebbe avere importanti ricadute sulla loro gestione clinica, soprattutto grazie ai farmaci anti-fibrosanti già disponibili e a quelli di nuova generazione, di prossimo arrivo.

Questa ricerca, effettuata in collaborazione tra la Reumatologia e la Radiodiagnostica di Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, nasce all’interno di un progetto PNRR 2023 del Ministero della Salute, coordinato dalla dottoressa Silvia Bosello, in collaborazione con la dottoressa Lucia Leccisotti e con il dottor Salvatore Annunziata, Dirigente medico di Medicina Nucleare e responsabile della facility di Radiofarmacia, afferente al Bioimaging Advanced Center diretto dalla professoressa Evis Sala, Ordinario di Radiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore del Dipartimento di Diagnostica per Immagini e Radioterapia di FPG, che fa parte del G-Step, il Parco Tecnologico di FPG-IRCCSS. Il progetto PNRR vede inoltre la partecipazione, per il reclutamento dei pazienti e l’invio di campioni biologici, di altri due centri reumatologici italiani, quello dell’Università di Cagliari diretto dal professor Alberto Cauli e quello dell’Università Vanvitelli di Napoli, diretto dal Professor Franceso Ciccia, con la partecipazione della professoressa Vasiliki Liakouli.

“Il nostro studio – spiega la dottoressa Bosello, prevede una prima parte, nella quale verrà ricercata la presenza di biomarcatori nel siero e nel BAL, indicativi di interessamento polmonare, nei pazienti con malattie autoimmuni reumatologiche, note per dare coinvolgimento polmonare di tipo fibrosante. Nella seconda parte del progetto, alcuni di questi pazienti verranno sottoposti a PET/TAC con il radiofarmaco FAPI, marcato con fluoro, utilizzato per la prima volta in Italia per questa indicazione, proprio qui al Gemelli, qualche giorno fa.

Il FAPI – prosegue la dottoressa Bosello – è un radiofarmaco che si lega ai fibroblasti e che potrebbe aiutarci a distinguere tra una fibrosi in fase attiva, in fieri, e una fibrosi stabilizzata, cioè cicatriziale. Differenziare i pazienti reumatologici nei vari stadi di malattia, ci aiuta a stratificarli, al fine di identificare i pazienti che potranno beneficiare di una terapia anti-fibrotica precoce, quando il danno cicatriziale polmonare non sia ancora consolidato, con la speranza di far regredire le alterazioni fibrosanti, rispetto a quelli con fase di malattia più avanzata e per i quali tali terapie possono solo aiutare a stabilizzare l’entità del danno”.

“La PET/TAC con FAPI – prosegue la dottoressa Bosello – permette di identificare con precisione le aree dove c’è un’attivazione dei fibroblasti, le cellule implicate nel processo fibrotico e di identificare in quale fase di attivazione si trovino. Lo scopo della nostra ricerca è cercare di correlare le alterazioni, visualizzate con il FAPI, con la presenza di eventuali biomarcatori di attività di malattia polmonare, che andremo a cercare nel siero e nel BAL. I pazienti verranno seguiti per 12 mesi, durante i quali valuteremo la loro risposta alle terapie attualmente disponibili, sulla base dell’imaging e dei biomarcatori sierici e polmonari, oggetto di questa ricerca. Cercheremo inoltre di capire se la PET/TAC con FAPI possa fornirci anche un’indicazione prognostica sull’evoluzione della malattia e fungere da guida alla terapia, indicandoci quali pazienti mettere precocemente in trattamento con i nuovi farmaci anti-fibrotici, e quale sia il timing migliore per iniziare queste terapie”.

“Nell’ambito delle malattie reumatologiche, il coinvolgimento polmonare rappresenta una delle manifestazioni extra-articolari più impegnative – spiega la professoressa Maria Antonietta D’Agostino, Ordinario di reumatologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della UOC di Reumatologia e Immunologia Clinica di FPG -. Il polmone è un organo target della sclerodermia, ma anche delle dermatomiositi e dell’artrite reumatoide. È importante dunque individuare dei biomarcatori di diagnosi precoce del coinvolgimento polmonare e di evoluzione verso uno stadio grave di malattia. Il FAPI, marcando la proteina di attivazione dei fibroblasti, è un promettente biomarcatore per valutare l’entità di coinvolgimento fibrotico”.

La fibrosi polmonare purtroppo rappresenta uno degli ultimi ‘capitoli’ della storia del paziente, un punto di convergenza di molte malattie autoimmuni. I pazienti interessati dalla fibrosi polmonare, possono andare incontro a complicanze come l’ipertensione polmonare, con gravi ripercussioni sulla salute del cuore e a insufficienza respiratoria progressiva, con difficoltà crescente degli scambi gassosi e necessità di ossigeno-terapia. L’insufficienza respiratoria da fibrosi polmonare rappresenta la principale causa di morbilità e mortalità di tanti pazienti con malattie reumatologiche, dalla sclerodermia, alle artriti reumatoidi, dalle connettiviti, alle vasculiti.

Il FAPI viene attualmente utilizzato anche nello studio delle patologie oncologiche, per valutare il coinvolgimento dei fibroblasti del microambiente tumorale e la loro influenza sulla risposta alle varie terapie. “L’interesse del FAPI nello studio delle malattie autoimmuni – ricorda la professoressa D’Agostino – è stato all’inizio aneddotico; poi ci si è resi conto che studiare l’entità di captazione da parte dei fibroblasti può darci informazioni importanti sull’attività della malattia o sulla cicatrizzazione, quindi sulla prognosi di severità strutturale”.

“Finora tuttavia in Italia il FAPI non era mai stato utilizzato con questa indicazione. Ancora una volta dunque – conclude la professoressa D’Agostino – il Policlinico Gemelli fa da apripista rispetto agli avanzamenti della ricerca, in questo caso diagnostici, grazie anche alla collaborazione con persone illuminate come la professoressa Evis Sala, che coordina un dipartimento innovatore in tutte le tecniche di imaging”.

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