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Contrastare la pandemia: cosa ci spinge ad avere comportamenti utili

Più hanno fiducia in chi governa e nella scienza, più le persone saranno propense ad assumere comportamenti utili al contrasto della pandemia. Al contrario, l’effetto-paura che potrebbe essere indotto dalla diffusione delle cifre relative a contagi e decessi sembra svolgere un ruolo marginale. È ciò che emerge da un lavoro condotto da un team di ricercatori delle Università di Milano-Bicocca, Chieti e Perugia. Lo studio ha coinvolto 23 Paesi di diversi continenti ed è stato finanziato dalla “European Association of Social Psychology” col sostegno dell’agenzia di comunicazione “Pomilio Blumm”. I risultati della ricerca, coordinata dalle professoresse Simona Sacchi e Maria Giuseppina Pacilli e dai professori Stefano Pagliaro e Marco Brambilla, sono stati pubblicati sulla rivista “Plos One”.

L’indagine – condotta attraverso questionari somministrati a 6.948 persone in contesti differenti sia sul piano socio-culturale ed economico che per diffusione del Covid-19 – ha riguardato tanto i comportamenti prescrittivi come indossare mascherine, mantenere il distanziamento sociale e rispettare la quarantena, quanto i comportamenti prosociali non obbligatori, come donare a enti di beneficenza e acquistare forniture per le persone in quarantena. Quest’ultimo aspetto è anche quello finora meno indagato. I risultati hanno rivelato che il Paese in cui le persone vivono, così come il numero pubblicizzato di infezioni e di morti per il virus, non sono i predittori più significativi delle intenzioni individuali di impegnarsi in entrambi i tipi di comportamento. Invece, il comportamento è in gran parte predetto dalle differenze individuali nella fiducia riposta nelle persone nel proprio governo, negli altri cittadini e, in particolare, nella scienza. Inoltre, più le persone approvano i principi morali di correttezza e cura, più sono inclini a fidarsi della scienza e, di conseguenza, a mettere in atto comportamenti volti a contrastare la diffusione del Covid-19. Fattori come l’età, il sesso e il livello di istruzione, invece, non influenzano tali risultati.

La ricerca si è incentrata sulle intenzioni di comportamento riferite dagli intervistati e non sui comportamenti reali, ma offre importanti spunti di riflessione a partire da quello sulla necessità di ricalibrare le strategie di comunicazione. Per incoraggiare comportamenti che limitano la diffusione di Covid-19 – è la conclusione degli autori – la comunicazione dovrebbe essere sempre più focalizzata sul diffondere una maggiore fiducia nella scienza e negli scienziati.

«I risultati del nostro studio – spiegano Simona Sacchi, professoressa di Psicologia sociale della comunicazione, e Marco Brambilla, professore di Psicologia dei processi di gruppo di Milano-Bicocca – sembrano suggerire che la pubblicizzazione delle statistiche in termini di infezioni e decessi non sia l’antecedente più rilevante delle reazioni individuali. Le differenze psicologiche in termini di fiducia verso i governi, le altre persone e la scienza forniscono un quadro più informativo delle risposte dei cittadini al Covid-19. In particolare la nostra ricerca suggerisce che la fiducia nella scienza sia un fattore cruciale nel favorire comportamenti volti a contrastare la diffusione della pandemia. Per questo motivo, oggi la psicologia sociale e le scienze sociali sono tenute a indagare i fattori e i processi sottostanti che influenzano la comunicazione scientifica e le sue conseguenze per la società. La sfida è comprendere la relazione tra fattori sociali e sfiducia nella scienza e negli scienziati, i fattori che guidano la credibilità nelle affermazioni scientifiche, la capacità delle persone di rilevare la loro verità fattuale e agire di conseguenza. L’obiettivo – concludono – è individuare alcune strategie di intervento efficaci per superare questi ostacoli psicologici, promuovere la fiducia nella scienza e ridurre le credenze anti-scientifiche».

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