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Un eccessivo rilascio di serotonina in aree cerebrali cruciali si lega ai sintomi più invalidanti del disturbo

Pubblicata su «JAMA Psychiatry» – con il titolo “Role of Serotonin in the Neurobiology of Schizophrenia and Association With Negative Symptoms” a cui hanno partecipato il Professor Mattia Veronese e la Postdoc Lucia Maccioni entrambi del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Padova – che ha individuato un possibile nuovo bersaglio per trattare la schizofrenia.
Per la prima volta una ricerca dimostra che la schizofrenia è associata a un rilascio significativamente maggiore di serotonina nella corteccia frontale, area cerebrale fondamentale per la motivazione e la pianificazione. Questo eccesso è strettamente
correlato alla gravità dei cosiddetti “sintomi negativi” della malattia quali l’isolamento sociale, la mancanza di motivazione e la perdita di piacere per la vita, fattori tutti che impediscono alle persone di ristabilirsi.

I ricercatori hanno analizzato un gruppo di 54 persone sottoponendoli a due scansioni PET – Tomografia a Emissione di Positroni che è una tecnica di diagnostica per immagini avanzata che usa radiofarmaci visualizzare e quantificare processi biologici, molecolari o recettoriali nei tessuti in vivo – con un radio-tracciante che si lega selettivamente ai recettori cerebrali della serotonina. Tra le due scansioni tutti i componenti del campione hanno ricevuto una singola dose del farmaco d-amfetamina, inducendo indirettamente il rilascio di serotonina. I ricercatori hanno notato un rilascio di serotonina molto più marcato nella corteccia frontale e nelle persone con schizofrenia rispetto al gruppo di controllo. Ulteriori analisi hanno stabilito un legame diretto tra questo picco, la severità dei sintomi negativi e il grado di disabilità funzionale. L’ipotesi del coinvolgimento del sistema serotoninergico nella schizofrenia era stata proposta scientificamente oltre 60 anni fa, ma non era mai stata dimostrata in vivo un’alterazione del rilascio di serotonina in pazienti affetti da schizofrenia. I risultati della ricerca identificano la regolazione del sistema serotoninergico come candidato promettente per il trattamento della malattia.
Alla ricerca ha partecipato un team del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Padova, che vanta una collaborazione pluriennale con il King’s College London e Mattia Veronese con numerosi altri centri di ricerca internazionali nell’ambito della
medicina sperimentale applicata alle malattie del cervello.
Grazie all’impiego di avanzate metodologie computazionali e statistiche, i ricercatori padovani hanno contribuito in modo determinante alla misurazione del legame tra l’azione farmacologica della d-amfetamina e le alterazioni molecolari associate alla schizofrenia.
«L’integrazione delle scienze bioingegneristiche, come quelle utilizzate in questo studio, sottolinea come la ricerca medica sperimentale moderna sia sempre più multidisciplinare e richieda competenze avanzate nelle tecnologie dell’informazione e nell’elaborazione dei dati – dice Mattia Veronese del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Padova -. In particolare, l’analisi quantitativa delle neuroimmagini e l’uso di strumenti statistici sofisticati sono oggi fondamentali per interpretare fenomeni complessi come le alterazioni neurochimiche nei disturbi psichiatrici».

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