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Stampa 3D medicale: presentato al Rizzoli di Bologna il futuro della formazione clinica e della chirurgia

La stampa 3D sta rivoluzionando la medicina, offrendo nuove possibilità nella pianificazione chirurgica e nella formazione clinica. Durante l’evento “Tecnologia e Salute: l’Impatto della Stampa 3D sulla Medicina Moderna”, svoltosi all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, sono state presentate le potenzialità delle tecnologie FDM e DAP. Se la prima è utilizzata soprattutto per la creazione di dispositivi medicali e modelli funzionali robusti, la seconda consente di creare modelli anatomici realistici ad elevata precisione biomeccanica. 

Proviamo a immaginare un paziente ricoverato in ortopedia, cardiologia o in un altro reparto ospedaliero. È in attesa di essere operato. Prima di andare “sotto i ferri”, gli viene mostrato un modello stampato in 3D dell’organo sul quale si dovrà intervenire. Non è un modello generico, ma riproduce esattamente l’organo del paziente, ricostruito a partire da una TAC; il chirurgo spiega quindi tutte le procedure che saranno eseguite. In questo modo, il paziente può conoscere il dettaglio di quanto verrà fatto per intervenire sulla patologia o sulla condizione che lo affligge, ed entra in sala operatoria con una consapevolezza diversa, quanto mai preziosa sul fronte del consenso informato e della comunicazione medico-paziente.

Questo è solo uno degli aspetti che le applicazioni della stampa in 3D in ambito medicale puntano a migliorare e dei quali si è parlato il 3 marzo 2025 a Bologna, presso l’IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli. La cornice è stata quella dell’evento “Tecnologia e Salute: l’Impatto della Stampa 3D sulla Medicina Moderna”, organizzato da Energy Group, Stratasys e Bio3DModel, e che ha fatto da preludio a un corso in programma sempre al Rizzoli sull’uso di software di segmentazione per creare modelli utilizzabili per la stampa 3D o per studi di gestione protesica. 

«I modelli stampati in 3D consentono di studiare interventi come il posizionamento di viti in caso di fratture o la sezione di un’anca per protesi», spiega Lucio Ferranti, presidente di Energy Group e membro del CdA di SolidWorld GROUP. «La stampa 3D consente di creare modelli con materiali simili ai tessuti umani, simulando gli interventi e riducendo l’uso di cadaveri o parti animali – prosegue -. Oltre a ciò, si possono analizzare e progettare dispositivi come le dime di taglio, migliorando la sicurezza del paziente e riducendo i tempi in sala operatoria». E questi ultimi non sono gli unici elementi che subiscono una sostanziale riduzione: l’impatto della stampa 3D riguarda anche i costi di utilizzo dei supporti citati da Ferranti. Utilizzare un cadavere per i test nei training o nella pre-chirurgia può arrivare a costare oltre 7500 euro per sole due ore; nel caso di animali, si sale a quasi 9.000 euro. I costi stimati su modelli stampati non superano i 2.000 euro e non ci sono limiti di utilizzo orario.

La tecnologia Fused Deposition Modeling consente di costruire parti finite e pronte all’uso attraverso la sovrapposizione di strati di filamento termoplastico fuso. L’utilizzo della tecnologia FDM per attrezzature e dispositivi medicali offre numerosi vantaggi, tra cui la possibilità di produrre ortesi, tutori personalizzati e device con tempi di realizzazione più brevi. Ciò permette inoltre di ridurre la durata del recupero, grazie alla customizzazione estrema dei dispositivi e di ottenere maggiori risultati dai trattamenti, sempre grazie all’impiego di strumenti clinici sviluppati su misura per la specifica esigenza. Tutto questo si traduce non solo in maggiori possibilità di successo nella cura ma anche in un miglior rapporto con il paziente. Tra i diversi esempi mostrati alla platea del Rizzoli, citiamo un dispositivo di assistenza realizzato per una bambina affetta da artrogriposi multipla congenita: fissato a una sedia a rotelle, il dispositivo è stato realizzato con una stampante 3D Stratasys a tecnologia FDM, utilizzando polimero ABS. Il risultato è un dispositivo leggero e resistente per l’uso quotidiano.

La tecnologia Digital Anatomy Printing è un sistema di stampa 3D che permette di creare modelli anatomici di elevata precisione biomeccanica, utili per il training chirurgico e per lo sviluppo di device funzionali alla pratica preoperatoria. Con la tecnologia DAP è possibile combinare fino a otto tipi di resine polimeriche diverse, fra cui lo speciale Gel Matrix, un gel che consente di creare strutture complesse, come vasi sanguigni con lume cavo. «Sono caratteristiche impossibili da ottenere con altre tecnologie», precisa Giovan Battista Semplici, presidente di Bio3DModel, illustrando i cambiamenti che ciò apporta nella pianificazione chirurgica e nella ricerca biomedica, con un’aderenza aptica alla realtà mai vista prima. 

«Il massimo dell’espressione sono i materiali cardiaci: cuore e vasi sanguigni. La DAP consente una combinazione amplissima degli otto materiali che inseriamo in contemporanea nella macchina – prosegue Semplici – Il Gel Matrix è ciò che consente di creare l’interno cavo delle vene, in gergo chiamato lume. Una volta realizzato il modello, il gel viene asportato facilmente lasciando cava l’arteria o la vena, anche con 1 millimetro di spessore»

Semplici spiega anche come le resine polimeriche utilizzate dalla tecnologia DAP siano più indicate nel caso di trattamenti specifici, rispetto ai materiali FDM, in particolare per la costruzione di modelli per simulazione ortopedica, dove si usano trapani e attrezzi di taglio. La DAP permette la realizzazione di modelli a diverse stratificazioni, riproducendo per esempio la consistenza esatta di un osso, formato da una sezione esterna dura e da una parte interna più molle. «Siamo al 99% di aderenza alla realtà, tetto che non è possibile raggiungere con altre tecnologie», conclude. 

Tra le stampanti citate all’evento sono state evidenziate due soluzioni, entrambe prodotte da Stratasys: la J850 DAP e la J5 DAP. Quest’ultima è stata pensata per agevolare le strutture sanitarie verso un utilizzo più frequente, essendo di dimensioni e costo inferiore. Entrambe utilizzano la tecnologia PolyJet: la J850 utilizza sette materiali più il supporto, mentre la J5 ne utilizza quattro. La tecnologia PolyJet si basa sul funzionamento che governa le stampanti a inchiostro, utilizzando resine acriliche fotopolimerizzabili. Una testina rilascia gocce di materiale che viene polimerizzato da una lampada UV strato per strato. Il software GrabCAD è lo strumento che consente di gestire e ottimizzare il file di stampa per la macchina, permettendo anche l’importante processo di segmentazione, ossia la suddivisione in parti del modello da stampare, per agevolare la pianificazione chirurgica su determinate porzioni che vengono differenziate per colore e/o consistenza. Quanto alla biocompatibilità, la J5  offre la possibilità di utilizzare un solo canale per materiali biocompatibili, facilitando le procedure di sterilizzazione. Nella J850, invece, per stampare solo con materiale biocompatibile è necessario svuotare completamente i canali.

All’ospedale bolognese, il cuore dell’applicazione delle tecnologie appena viste risiede nella cripta collocata sotto la sacrestia dell’antico convento di San Michele in Bosco, trasformato in un centro ortopedico nel 1896. La cripta ospita il 3D Lab, dove vengono effettuate le operazioni di modellazione, progettazione e prototipazione, oltre alla produzione di guide di taglio per la sala operatoria. Ciò consente di studiare e sperimentare su tre settori in particolare: la protesica, la correzione di gravi deformità e la cura di tumori dell’apparato muscolo-scheletrico. Ogni anno le tecnologie di stampa in 3D supportano dai 30 ai 40 casi, con un trend in costante crescita.

Al 3D Lab si è tenuta l’ultima sessione dell’evento, durante la quale sono stati mostrati ai partecipanti i modelli stampati. Soprattutto, è stata data la possibilità ai chirurghi presenti di provare la consistenza dei modelli ossei realizzati in stampa 3D con la tecnologia DAP, e testarne il grado di aderenza alla realtà.

«I modelli realizzati con metodi tradizionali sono molto delicati e non possiedono le stesse proprietà di flessibilità e resistenza dell’osso naturale. Di conseguenza, non offrono al chirurgo un’esperienza tattile realistica durante la simulazione dell’intervento»: così afferma Alfonso Fedele, chirurgo ortopedico all’ospedale Pineta Grande di Castelvolturno (Caserta), mentre prova a usare un trapano su un modello. E prosegue: «Sebbene questi riproducano forma e dimensioni dell’osso, il contatto con lo strumento chirurgico risulta completamente diverso. Al contrario, i modelli stampati con tecnologie additive consentono di apprezzare la differenza di consistenza tra la corticale, ossia la parte esterna più dura, e la spongiosa, più morbida e situata all’interno. Inoltre, permettono di distinguere anche la seconda corticale, un dettaglio fondamentale per garantire la precisione nei gesti chirurgici. Questo aspetto è particolarmente importante, poiché il chirurgo deve poter calibrare con esattezza la forza applicata su strumenti come trapani e seghe. Questi movimenti possono sembrare bruschi, ma in realtà richiedono un livello di precisione estremamente elevato».

Ciò si traduce in una formazione migliore, sia per gli specializzandi sia per i chirurghi stessi, che arrivano in sala operatoria più preparati. «Decisamente sì, anche perché la possibilità di collaborare con gli ingegneri nella definizione dello spessore della corticale offre un vantaggio significativo, soprattutto negli interventi di chirurgia spinale, dove questa valutazione è particolarmente rilevante – conclude Fedele -. In questi casi, la percezione tattile del trapano mentre attraversa il peduncolo e penetra nel corpo vertebrale può aiutare il chirurgo a prevedere i vari passaggi dell’intervento. Ciò consente di dosare con maggiore precisione la forza applicata, riducendo il rischio di danneggiare strutture nobili e delicate, come quelle della vertebra».

Al Rizzoli la combinazione tra bioingegneria e stampa 3D è una pratica ultradecennale. Il 3D Lab rappresenta anche un ambiente d’elezione per il confronto tra diverse professionalità, come medici, bioingegneri e ingegneri biomeccanici. Gli ultimi due svolgono un ruolo chiave, poiché combinano competenze mediche con conoscenze tecniche e ingegneristiche, consentendo così la progettazione e la realizzazione di modelli anatomici avanzati. Questi esperti lavorano in sinergia con i chirurghi in tutte le fasi del processo, che include lo studio, l’analisi e la segmentazione degli organi, aspetti fondamentali per garantire l’efficacia delle procedure mediche avanzate. Esperti di cui c’è bisogno e che, sul mercato del lavoro, si fatica a trovare: l’evoluzione delle tecnologie di stampa 3D rappresenta senza dubbio un incentivo alla loro formazione. 

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