Nessun banner disponibile

Print Friendly, PDF & Email

Nuovo, importante passo in avanti nella ricerca sulla sclerosi multipla, patologia infiammatoria e neurodegenerativa cronica, che colpisce circa 3 milioni di persone nel mondo e oltre 120mila in Italia.
Uno studio dell’IRCCS “Don Gnocchi” di Milano ha messo a punto una metodologia che consente di prevedere l’insorgenza di un grave effetto collaterale nell’utilizzo di uno dei più efficaci trattamenti farmacologici contro la malattia.

Nei pazienti con sclerosi multipla, il sistema immunitario attacca la mielina, ovvero la sostanza di cui è costituita la guaina protettiva che riveste le fibre nervose, provocando danni al sistema nervoso centrale. È una malattia che può essere invalidante, in quanto in alcuni casi può progredire e peggiorare nel tempo, portando a una disabilità permanente.
Esistono diversi farmaci che hanno la capacità di lenire i sintomi e di rallentarne la progressione. Uno di questi è il Natalizumab, un anticorpo monoclonale che blocca la fuoriuscita dei globuli bianchi dai vasi sanguigni, inibendo il loro ingresso nel tessuto nervoso e proteggendo la mielina. È una terapia fondamentale per il paziente, ma che – in una percentuale minima di casi – ha un effetto collaterale grave, vale a dire la possibilità di sviluppare la leucoencefalopatia multifocale progressiva, malattia virale provocata dal poliomavirus JCPyV.
Il Laboratorio di Medicina Molecolare e Biotecnologie dell’IRCCS “Don Gnocchi” di Milano ha individuato un biomarcatore in grado di identificare l’infezione da JCPyV e aiutare così il clinico nella somministrazione della corretta terapia farmacologica.

«Le linee guida dell’AIFA e del ministero della Salute – spiega Simone Agostini (nella foto), autore dello studio, pubblicato sulla rivista internazionale “Viruses”, condotto con i colleghi Roberta Mancuso, Andrea Saul Costa, Domenico Caputo e Mario Clerici – prevedono un monitoraggio costante e rigido del JCPyV nei pazienti affetti da sclerosi multipla trattati con Natalizumab, così da bloccare il trattamento nel caso in cui il virus si risvegli e possa causare la leucoencefalopatia. Il virus è normalmente in fase di latenza, per cui la sua carica virale è così bassa da non riuscire ad essere identificata e anche la quantificazione di anticorpi specifici può dare falsi negativi. Per rimanere in fase di latenza il JCPyV produce una piccola molecola di RNA, che oggi è possibile identificare grazie alla metodologia messa a punto dallo studio della Fondazione Don Gnocchi».
L’identificazione e quantificazione di questa molecola è stata effettuata tramite lo strumento innovativo e di alta tecnologia “droplet digital PCR”, che il Laboratorio della Fondazione ha acquisito grazie a un finanziamento del ministero della Salute.

Share Button