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Novità dal Congresso della Società Europea di Ematologia nel trattamento dei linfomi non-Hodgkin: Roche annuncia nuovi dati relativi alla sicurezza ed efficacia degli anticorpi monoclonali bispecifici mosunetuzumab e glofitamab – diretti contro il CD20 espresso dalle cellule linfomatose ed il CD3 presente sui linfociti T – e dell’anticorpo farmaco-coniugato anti-CD79b polatuzumab vedotin. Il Congresso della Società Europea di Ematologia, apertosi il 9 giugno, proseguirà fino al 17, in modalità virtuale.

Sono circa 500.000 le persone in tutto il mondo cui viene diagnosticato ogni anno il linfoma non-Hodgkin: le opzioni di trattamento sono attualmente limitate e sono ancora molto comuni la refrattarietà alle terapie esistenti e le ricadute dopo il trattamento. Il linfoma follicolare rappresenta il linfoma non-Hodgkin più frequente tra quelli indolenti, ma nonostante l’andamento lento rimane impossibile da guarire. Ne deriva l’importanza della ricerca scientifica per i pazienti con questa patologia oncoematologica.

“Gli studi clinici condotti finora infondono grande fiducia nelle nuove opzioni di trattamento per i linfomi non-Hodgkin, ed in particolare per il linfoma follicolare. In questo senso, lo studio URBAN, che rappresenta a livello mondiale il primo trial di real-life volto a valutare l’efficacia della combinazione obinutuzumab-chemioterapia per il trattamento di prima linea del linfoma follicolare, conferma gli alti tassi di efficacia e l’ottimo profilo di sicurezza di questa combinazione – ha dichiarato il Dr. Antonio Pinto, Direttore del Dipartimento di Ematologia Oncologica e Trapianto dell’Istituto Nazionale Tumori, Fondazione Pascale, IRCCS, di Napoli e Coordinatore dello Studio URBAN, i cui risultati preliminari saranno presentati all’ICML – Positivi anche i dati dello studio GAZELLE che confermano la sicurezza di obinutuzumab, offrendo, inoltre, evidenze sulla possibilità di somministrare il trattamento, a partire dal secondo ciclo di terapia, in soli 90 minuti di infusione, invece delle oltre 3 ore attualmente richieste, con un miglioramento significativo nella qualità del percorso e dell’esperienza di cura del paziente, senza rischi per la sicurezza.”

GAZELLE è uno studio clinico di fase IV prospettico, in aperto, multicentrico e a singolo cieco, che ha valutato la sicurezza di obinutuzumab somministrato a pazienti con linfoma follicolare. Lo studio non interventistico URBAN3 ha avuto invece l’obiettivo di valutare l’efficacia e la sicurezza del trattamento con obinutuzumab-chemioterapia nella pratica clinica di pazienti con linfoma follicolare avanzato in prima linea.  

Il linfoma diffuso a grandi cellule B è invece la forma più comune e aggressiva di linfoma non-Hodgkin, rappresentando circa il 40% dei casi di linfomi di nuova diagnosi e, se non trattato, vede un’aspettativa di vita di circa 6 mesi. 

Il linfoma non-Hodgkin rappresenta quindi una complessa e articolata categoria di tumori del sangue che si possono manifestare con comportamenti estremamente diversi: indolenti o aggressivi.

Negli studi clinici condotti, gli anticorpi bispecifici mosunetuzumab e glofitamab, hanno mostrato risposte promettenti in diversi tipi di linfoma non-Hodgkin, compresi il DLBCL recidivato o refrattario e il linfoma follicolare. Polatuzumab vedotin è un’opzione di trattamento già disponibile per i pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B recidivato o refrattario, che continua a mostrare un ulteriore potenziale anche in combinazione con altre molecole. 

“Dati estremamente incoraggianti arrivano dallo studio di fase I/II NP30179, che ha valutato glofitamab nei linfomi non-Hodgkin recidivati o refrattari pesantemente pretrattati. I risultati evidenziano tassi di remissioni complete molto più elevati rispetto all’aggiornamento precedente, confermando allo stesso tempo la persistenza nel tempo della durata delle risposte ed il buon profilo di sicurezza del farmaco – ha dichiarato il Prof. Carmelo Carlo-Stella, Professore Ordinario di Ematologia all’Università Humanitas e capo sezione Linfomi all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, commentando i dati da lui presentati all’ASCO, all’EHA e all’ICML. – Lo studio clinico NP30179 ha infatti mostrato come dopo un follow-up mediano di 6,3 mesi, glofitamab abbia ottenuto in pazienti con una mediana di 3 linee di trattamento precedenti, un tasso di risposta metabolica completa nel 71,4% dei pazienti con linfoma non-Hodgkin aggressivo. Importanti anche i dati preliminari dello studio di fase I/II GO40516, che evidenziano che la combinazione di mosunetuzumab e polatuzumab vedotin nei linfomi non-Hodgkin R/R pesantemente pretrattati è efficace, avendo consentito di ottenere la risposta completa nel 54,5% dei pazienti, la maggior parte dei quali con un’istologia aggressiva” – ha concluso il Prof. Carlo-Stella.

Roche è da sempre impegnata nella ricerca e sviluppo di soluzioni terapeutiche che possano essere personalizzate per soddisfare i bisogni delle persone affette da linfoma non-Hodgkin e della classe medica. 

Sono ampi i programmi di sviluppo in corso per mosunetuzumab e glofitamab. Tra questi lo studio randomizzato di fase III GO42909 che confronta la combinazione di mosunetuzumab e lenalidomide con l’associazione rituximab e lenalidomide nel linfoma follicolare recidivato o refrattario. Anche per glofitamab è in corso uno studio randomizzato di fase III, GO41944, che ha l’obiettivo di valutare l’efficacia e la sicurezza di glofitamab più gemcitabina e oxaliplatino confrontandolo a rituximab in associazione a GemOx in pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B recidivato o refrattario.

Mosunetuzumab in monoterapia viene studiato anche nella prima linea di pazienti con DLBCL anziani o con comorbidità significative nello studio di fase I/II GO40554, che ha evidenziato una notevole efficacia e tollerabilità di questo trattamento in una popolazione fragile e notoriamente difficile da trattare6.

Infine, lo studio clinico GO39775 ha studiato cevostamab, un anticorpo bispecifico primo nel suo genere, diretto contro FcRH5 sulle cellule di mieloma multiplo e contro CD3 sui linfociti T. L’efficacia del trattamento è stata osservata indipendentemente dai livelli di espressione di FcRH5 nei pazienti con mieloma multiplo recidivato o refrattario valutati. Dallo studio è emerso come la terapia precedente non abbia influenzato i livelli di espressione di FcRH5 e come ci sia stata una tendenza verso livelli di espressione più alti nei pazienti con citogenetica ad alto rischio. Questi dati confermano che il recettore FcRH5 è un bersaglio promettente per la terapia del mieloma multiplo.

Attualmente, Roche sta sviluppando due anticorpi bispecifici che coinvolgono le cellule T, mosunetuzumab e glofitamab, progettati per legarsi al recettore CD20 posto sulla superficie delle cellule B e al CD3 sulla superficie delle cellule T. Questo doppio legame attiva e reindirizza le cellule T esistenti del paziente per eliminare le cellule B patologiche rilasciando in queste ultime proteine citotossiche. Mosunetuzumab e glofitamab hanno strutture differenti, ed entrambi sono stati sviluppati da Roche nel quadro della strategia in corso volta ad esplorare molteplici farmaci bispecifici, per identificare quelli che possono offrire i maggiori benefici clinici ai pazienti. Mosunetuzumab ha una struttura simile a quella di un anticorpo umano naturale in quanto è dotato di due regioni ‘Fab’, ma si differenzia dagli anticorpi naturali in quanto una regione ‘Fab’ che si lega al CD20 mentre la seconda regione ‘Fab’ si lega al CD3. Glofitamab è basato su una nuova struttura anticorpale definita ‘2:1’. È progettato per avere due regioni ‘Fab’ che si legano al CD20, mentre la seconda regione ‘Fab’ si lega al CD3. I programmi di sviluppo clinico per mosunetuzumab e glofitamab comprendono sperimentazioni con queste molecole in monoterapia e in associazione ad altri farmaci, per il trattamento di pazienti con linfomi non-Hodgkin a cellule B CD20-positivi, tra cui il linfoma diffuso a grandi cellule B ed il linfoma follicolare.

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