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Quando i nanovettori cambiano abito rimangono più a lungo nell’organismo

In campo biomedico l’ultima frontiera delle nanotecnologie è costituita dai liposomi, microsfere cave formate da uno o più doppi strati lipidici utilizzate per la veicolazione e il trasporto di farmaci per le terapie antitumorali. Il loro impiegooffre numerosi vantaggi rispetto alle tecnologie tradizionali come la possibilità di ridurre le dosi dei medicinali aumentandone l’efficacia terapeutica o di trasportare un farmaco in un organo specifico, evitando effetti collaterali potenzialmente dannosi. Tuttavia, nonostante questi enormi vantaggi solo un numero esiguo di formulazioni liposomiali è entrata stabilmente nella pratica clinica.

Un team internazionale, guidato da Giulio Caracciolo in collaborazione con Alessandra Zingoni e Isabella Screpanti del Dipartimento di Medicina molecolare, ha stabilito che il limitato successo clinico dei liposomi è dovuto principalmente ai cambiamenti a cui essi vanno incontro non appena entrano in contatto con il sangue. Introducendosi nel liquido organico le vescicole lipidiche si ricoprono infatti di proteine plasmatiche che formano intorno a esse un rivestimento proteico detto “corona proteica”. Pertanto non è la superfice del liposoma, come ritenuto da decenni dalla comunità scientifica, a interagire con i sistemi biologici dell’organismo ma è lo strato proteico ad avere un ruolo centrale nel regolare l’attività all’interno delle cellule. Quello che il sistema immunitario combatte quindi non è il liposoma in se stesso, ma il suo rivestimento proteico.

Da questa osservazione i ricercatori hannoindividuato un procedimento per ingannare il sistema immunitario e “fargli accettare” i nanovettori che contengono la terapia farmacologica.

“Rivestire i liposomi con una corona proteica artificiale fatta di proteine plasmatiche umane – spiega Giulio Caracciolo – permette di ridurre drasticamente la captazione da parte dei leucociti e di prolungare la circolazione delle vescicole lipidiche nell’organismo, aumentando così l’efficacia terapeutica del trattamento farmacologico.

Numerose sono le applicazioni di questa scoperta, la più rilevante è sicuramente nell’ambito della immunoterapia dei tumori, ma possono interessare altri campi di natura biomedica.

Lo studio, che si avvale della collaborazione dei ricercatori della Michigan State University statunitense, della University of Technology di Graz in Austria e del Center for Life Nano Science dell’Istituto Italiano di Tecnologia, è pubblicato sulla rivista “Nature Communications”.

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