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Durante la pandemia, sia i pazienti infetti, sia i sintomi legati all’infezione si sono dimostrati estremamente mutevoli. La possibilità di trasmettere il virus senza saperlo ha rappresentato e rappresenta ancora oggi un rischio che la nostra società non può permettersi. 

Si è quindi cercato di studiare quali potessero essere i sintomi anticipatori dell’infezione e, poiché molti pazienti infetti riportavano disturbi dell’olfatto anche prima dell’esordio di febbre o sintomi respiratori, i ricercatori del Galeazzi si sono concentrati proprio su questi sintomi neurologici.

Il distretto anatomico che entra per primo in contatto con il SARS-CoV-2 è la mucosa respiratoria che ospita anche le terminazioni nervose deputate alla caratterizzazione degli odori. Per questo è stato importante discutere quali tessuti della cavità nasale potessero essere infettati e quali conseguenze neurologiche potrebbero derivare se si scoprisse che il virus possa infiltrarsi nelle terminazioni nervose olfattorie.

Questo è l’oggetto di un recente articolo, pubblicato sul “Frontiers in Physiology”, e realizzato da alcuni specialisti dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi, tra cui il dott. Matteo Briguglio, ricercatore della direzione scientifica; il prof. Mauro Porta, responsabile del Centro Malattie Extrapiramidali e Sindrome di Tourette; il prof. Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario e virologo e il prof. Giuseppe Banfi, direttore scientifico. 

“Come tri coronavirus – spiega il dottor Briguglio – anche il SARS-CoV-2 ha le caratteristiche ideali per attaccare il tessuto nervoso. Le particelle virali potrebbero, infatti, facilmente raggiungere alcuni importanti centri di controllo tra cui il cervello e il tronco encefalico, risalendo a ritroso attraverso assoni periferici o infiltrandosi nello spazio tra i neuroni.

Alcune complicanze respiratorie potrebbero essere associate proprio a questo tipo di danni diretti sul sistema nervoso a livello delle strutture centrali che regolano il riflesso respiratorio integrato con la rete neurale polmonare. 

Anche se non sappiamo ancora come il virus abbia accesso alla circolazione sistemica, è assai probabile che la sua proliferazione inizi a livello della mucosa olfattiva, annoverando quindi i disturbi dell’olfatto tra i possibili sintomi riconducibili ad una infezione da SARS-CoV-2”. 

Benché non sia ancora stato dimostrato il passaggio virale attraverso il bulbo olfattivo, nell’articolo sono state discusse molte altre potenziali vie di accesso tra cui: il nervo trigemino; il nervo terminale; le reti nervose enteriche e polmonari; il nervo vago; i gangli della radice dorsale; il flusso ematogeno; i vasi linfatici periferici; il sistema glinfatico centrale; il liquido cerebrospinale; la congiuntiva; i ‘cavalli di Troia’ migratori. 

“Quest’ultima via è particolarmente interessante – approfondisce il medico -, perché implica che alcuni leucociti del sistema immunitario vengano infettati e migrino in distretti corporei altrimenti inaccessibili dalla particella virale da sola, rilasciando poi il virus a livello locale. 

Dal momento che numerosi microtrombi si possono formare nei pazienti più critici, è probabile che questo possa associarsi a ostruzioni dei capillari polmonari e cerebrali, con conseguenti danni neuronali che dovrebbero essere di grande preoccupazione”.

Al meglio delle nostre conoscenze, finora il SARS-CoV-2 non è stato trovato essere in grado di penetrare nei tessuti nervosi, anche se le sua presenza nel sangue e nel liquido cefalo-rachidiano ne potrebbe sottolineare il potenziale. 

“Tuttavia – conclude il dottor Briguglio – la sopravvivenza del virus nella cavità nasale, insieme al suo potenziale neuroinvasivo, fa del SARS-CoV-2 un virus estremamente pericoloso. 

Esso ha infatti la duplice capacità di: infettare sistematicamente l’ospite; mantenere in contemporanea la capacità di trasmissione uomo-uomo, perché rimane, in alcuni individui, a livello della cavità nasale e quindi molto vicino all’esterno. 

Come però tutte le altre infezioni, il rischio di contagio dipende dal grado di esposizione e quindi l’utilizzo di presidi di protezione individuali rimane la prevenzione migliore per evitare un’ulteriore diffusione. Azioni di salute pubblica dovrebbero considerare anche i disturbi dell’olfatto nella definizione dei criteri di distanziamento sociale”.

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