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A 3 anni dall’inizio della pandemia il numero di casi di COVID-19 è ancora molto alto, con più di 500.000 nuovi casi al giorno nel mondo. I vaccini hanno cambiato il corso della pandemia; ciò nonostante, hanno delle limitazioni ed è perciò necessario identificare terapie alternative.

In uno studio che utilizza modelli sperimentali all’avanguardia, un team di ricercatori a Cambridge (UK), tra cui la dottoranda milanese Teresa Brevini, ha scoperto un nuovo meccanismo che può essere utilizzato per proteggere dall’infezione da SARS-CoV-2e dalle forme più aggressive di COVID-19.

La ricerca, pubblicata il 5 dicembre 2022 sulla rivista “Nature”, mostra che un farmaco già in commercio e usato per trattare alcune patologie del fegato è in grado di “chiudere la porta” da cui il virus SARS-CoV-2 entra nelle nostre cellule, un recettore chiamato ACE2. Il farmaco, agendo sulle nostre cellule e non sul virus, dovrebbe così proteggere anche contro future varianti o nuovi coronavirus.

Il dottor Fotios Sampaziotis, ricercatore al Wellcome-MRC Cambridge Stem Cell Institute dell’Università di Cambridge e primario di epatologia all’Addenbrooke’s hospital, che ha guidato la ricerca ha detto:«I vaccini ci proteggono rafforzando il nostro sistema immunitario per allenarlo a riconoscere e attaccare il virus. Non tutti però possono essere vaccinati, per esempio pazienti immunodepressi. Inoltre,il virus può mutare in nuove varianti che sfuggono al riconoscimento mediato dai vaccini.Per queste ragioni è importante sviluppare terapie alternative che non coinvolgano il sistema immunitario e possano essere complementariai vaccini».

Il laboratorio del dottor Sampaziotis, dove Teresa Brevini lavora, si occupa di medicina rigenerativa del fegato. Studiando organoidi di fegato, piccole strutture 3D cresciute in laboratorio per mimare la vita dell’organo, mini-fegati, Teresa ha fatto una scoperta fortuita su ACE2, la molecola che SARS-CoV-2 usa per entrare nelle nostre cellule. Teresa Brevini: «Quando abbiamo realizzato di aver trovato un meccanismo per modulare ACE2, abbiamo capito di aver trovato qualcosa di importante per la lotta contro il COVID-19».

Il team ha scoperto un nuovo meccanismo che controlla l’espressione di ACE2 nelle cellule umane e successivamente ha identificato un farmaco già approvato e comunemente usato che agendo attraverso questo meccanismo riduce l’infezione da SARS-CoV-2. Questi risultati sono stati poi confermati in mini-polmoni e mini-intestini in laboratorio, ma anche in modelli animali.

Per assicurarsi che i loro risultati potessero essere confermati nell’uomo, il team ha utilizzato veri polmoni umani donati alla ricerca che sono stati mantenuti in vita fuori dal corpo grazie ad unaapposita macchina. Il risultato dell’innovativo esperimento è stato che il polmone, trattato con il farmaco, ha resistito all’infezione, sviluppatasi invece nell’altro polmone, non protetto da alcuna terapia. Dato l’eccellente profilo di sicurezza di UDCA, già ampiamente provato, i ricercatori sono passati alla fase di sperimentazione sugli esseri umani. Reclutando colleghi medici che hanno assunto UDCA, hanno rilevatola riduzione dei livelli di ACE2 nelle cellule del naso, uno dei principali punti di ingresso di SARS-CoV-2 nel nostro corpo, suggerendo che il virus avrebbe meno possibilità di infettare questi individui in terapia UDCA con in caso di contatto.

Infine, i ricercatori hanno analizzato dati clinici di pazienti che assumono UDCA per motivi indipendenti e hanno osservato che gli individui trattati con UDCA sono protetti dallo sviluppo di forme medie, severe o critiche di COVID-19, concludendo che questo farmaco potrebbe essere usato contro il COVID-19.

Questo farmaco si rivela essere uno strumento per proteggere in modo efficace e a basso costo anche quelle persone che non possono avere accesso o essere protette tramite terapia vaccinale. In aggiunta UDCA si conserva a temperature ambiente ed è facile da amministrare, rendendolo specialmente adeguato ad essere utilizzato nel contesto di focolai di COVID-19. Il dottor Sampaziotis ha dichiarato: «Abbiamo usato UDCA nella pratica clinica per molti anni, sappiamo che è un farmaco sicuro e ben tollerato, può essere somministrato a persone ad alto rischio di COVID-19 e a donne incinte».

Questo studio è uno dei primi ad utilizzare organi umani mantenuti in vita fuori dal corpo per testare nuove terapie sperimentali contro malattie infettive. Il laboratorio del Dr Sampaziotis a Cambridge ha aperto la strada a questo tipo di studi testando l’efficacia di terapie cellulari in fegati umani e continua a sviluppare queste metodologie all’avanguardia. «Quando un organo non viene utilizzato per un trapianto, viene scartato e gettato via; se donato alla ricerca ha un valore inestimabile perché può permetterci di fare grandi passi avanti – ha dichiarato Teresa Brevini – la conferma che UDCA proteggeorgani umani dall’infezione da SARS-CoV-2 ha accelerato il nostro studio e ci ha permesso di fare vera e propria ricerca traslazionale, utilizzando una scoperta fatta in laboratorio per soddisfare un’esigenza clinica».

Questo studio suggerisce che UDCA possa essere un nuovo farmaco per la lotta contro il COVID-19, ma non essendo un trial clinico necessita di uno studio clinico randomizzato per essere confermati. Per tanto gli autori non suggeriscono l’utilizzo di UDCA come terapia alternativa o in sostituzionealla vaccinazione per il COVID-19.UDCA non rimpiazzerà le terapie per il COVID-19 attuali, ma espande il nostro arsenale di trattamenti contro il virus e offre un’alternativa terapeutica contro nuove varianti soprattutto per individui che non possono beneficiare dai vaccini.

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