Medici del Mondo torna ad accendere i riflettori sul tema dell’aborto con la campagna “The Unheard Voice”, per mettere in luce la diffusa violenza psicologica cui sono sottoposte molte delle 63.000 donne che ogni anno in Italia vogliono interrompere la gravidanza. Lo fa facendo ascoltare per la prima volta cosa realmente accade nelle strutture sanitarie, in cui la voce delle donne viene spenta per far sentire loro il “battito fetale” o le parole violente di chi vuole negare il diritto all’aborto. E denuncia come la politica stia istituzionalizzando le barriere all’accesso all’aborto, trasformandole in vere e proprie politiche di deterrenza, e come queste abbiano una forte ripercussione sulla salute mentale delle persone che vogliono abortire.
La presentazione si è svolta a Roma, con Elisa Visconti, Direttrice di Medici del Mondo Italia, la comica Laura Formenti, confermata ambasciatrice della campagna, la psicoterapeuta e attivista Federica di Martino, la musicista e producer Linda Feki, altre associazioni che si battono per il diritto all’aborto, nonché diverse personalità politiche. Per l’occasione, grazie ad un’esperienza sonora immersiva all’interno di una speciale installazione, sono state riprodotte alcune delle frasi realmente pronunciate dal personale sanitario, come “Doveva pensarci prima!”, “Ti sei divertita, ora paghi”, “Deve sentire il battito del feto, è fondamentale!”, “Siamo donne, dobbiamo soffrire”. Si tratta di testimonianze reali di donne che, a fronte del proprio diritto di richiedere un’interruzione volontaria di gravidanza, hanno subito abusi e violenze inaccettabili, da Nord a Sud della Penisola.
Le loro voci sono raccolte nel nuovo report di Medici del Mondo “Aborto a ostacoli. Come le politiche di deterrenza minacciano l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza”, che, tra iniziative promosse a livello nazionale e politiche anti-scelta in diverse Regioni, delinea un vero e proprio attacco sistematico all’accesso all’IVG, che ostacola un diritto che dovrebbe essere garantito, con gravi pregiudizi alla salute mentale delle donne.
Già lo scorso anno, con il primo report “Aborto farmacologico in Italia: tra ritardi, opposizioni e linee guida internazionali”, Medici del Mondo aveva ben documentato come numerose barriere rendano l’IVG nel nostro Paese una corsa a ostacoli e contro il tempo: l’enorme difficoltà a reperire le informazioni sull’iter da seguire, la mancanza di consultori e gli elevati tassi di obiezione di coscienza, fino alla mancata o parziale applicazione delle Linee di Indirizzo del Ministero della Salute del 2020 rispetto all’aborto farmacologico – pratica che, secondo l’OMS, è sicura al punto da poter essere effettuata “dalla donna a casa o in telemedicina” fino alla dodicesima settimana, rendendo le linee guida ministeriali del 2020 già datate. Senza contare che, salvo alcune avanguardie, la pillola abortiva in Italia continua a essere considerata un farmaco rischioso, nonostante in Europa la si utilizzi da oltre 30 anni. Chi vuole interrompere la gravidanza si trova quindi davanti ad una lunga serie di ostacoli pratici – ed anche economici, considerati i costi di doversi muovere in città o addirittura regioni diverse per poter abortire. Ma non solo.
Tra proposte di legge per l’ascolto forzato del “battito fetale” o per il riconoscimento della capacità giuridica del feto, lo stanziamento di fondi pubblici a favore di gruppi che lottano contro il diritto all’aborto che la legge dovrebbe tutelare, e, ancora, la normalizzazione di pratiche aberranti come i cimiteri dei feti, nel nostro Paese la lotta all’aborto si è fatta sempre più violenta attraverso vere e proprie politiche di deterrenza. La legge 194, del resto, lascia ampi margini di manovra, grazie ad alcuni passaggi specifici che consentono, con la complicità delle amministrazioni locali, l’ingresso e l’ingerenza di gruppi antiabortisti nei luoghi della sanità pubblica. È il caso dell’emendamento all’articolo 44 del ddl per l’attuazione del PNRR, approvato lo scorso 23 aprile dal Senato, che dà alle Regioni il potere di avvalersi, all’interno dei consultori, “di soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità”. Che, spesso, coincidono con gruppi contro l’aborto. Come i CAV – Centri di aiuto alla vita del Movimento per la Vita, primo movimento antiabortista nato dopo la legge 194: in Italia ce ne sono oltre 400, di cui almeno una trentina all’interno di ospedali pubblici. Emblematico il caso del Piemonte dove, all’ospedale Sant’Anna, i volontari MpV gestiscono uno sportello per le donne che vogliono interrompere una gravidanza, offrendo un sostegno economico una tantum a chi sceglie di non abortire. Le risorse provengono dal “Fondo Vita Nascente” della Regione, nato nel 2022 con lo stanziamento di 400mila euro, salito quest’anno a 1 milione.
Pioniera della collaborazione tra amministrazione regionale e movimenti contro l’aborto è la Regione Lombardia, che per prima, nel 2010, ha istituito un fondo gestito dal MpV. Non a caso, qui, la rete dei CAV è capillare, spesso all’interno degli ospedali, ma anche nella rete consultoriale. Grazie a una delibera della giunta regionale promossa nel 2000 dall’allora presidente Formigoni, poi, “i consultori familiari privati accreditati possono escludere dalle prestazioni rese quelle previste per l’interruzione volontaria di gravidanza”, legittimando, di fatto, l’obiezione di struttura vietata dalla legge 194. «Più di un terzo dei consultori considerati pubblici perché accreditati e pagati dalla Regione sono cattolici e quindi non si interessano delle IVG» denuncia la dottoressa Daniela Fantini, ginecologa referente di AGITE Lombardia – Associazione GInecologi TErritoriali. Un problema grave se si considera che gli attuali sono ben al di sotto della proporzione 1 ogni 20 mila abitanti previsto per legge. Ancora più difficile, poi, l’accesso all’IVG farmacologica: secondo i dati della consigliera del PD lombardo Paola Bocci, nel 2023 le IVG farmacologiche sono state circa il 49% del totale e 11 strutture pubbliche su 50 non le praticano. Lodi è la provincia più virtuosa, Brescia, Cremona, Milano Città, Monza e Brianza, Sondrio, Como sono sotto il 50%, la provincia di Milano è ultima al 29%. Il tasso di obiezione di coscienza tra il personale sanitario è in media del 53%, con punte oltre il 70% in provincia di Bergamo. Inoltre, secondo il Ministero, il 21,8% delle persone devono attendere da 15 a 21 giorni o più per una IVG. Senza contare il tempo perso a causa della difficoltà a reperire informazioni su come accedere all’IVG in Lombardia.
La Regione Umbria non è nuova alla presenza e alla vicinanza di associazioni antiabortiste. A giugno 2020 la giunta della presidente Donatella Tesei aveva abrogato la possibilità di accedere all’IVG farmacologica in day hospital o al proprio domicilio, prevedendo un ricovero di tre giorni, proprio nelle stesse settimane, in piena pandemia di COVID-19, in cui la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia raccomandava il ricorso alla RU486 per evitare di intasare gli ospedali. A dicembre 2020 la giunta è stata costretta a rivedere la delibera, consentendo la RU486 fino alla nona settimana, ma esclusivamente in ospedale. RU486 che, fino a gennaio di quest’anno, all’ospedale di Perugia non era disponibile, come fa notare Marina Toschi, ginecologa della Rete Italiana Pro-Choice, ricordando che talvolta, specialmente negli scorsi anni, capitava che le donne fossero costrette a recarsi in Toscana. I problemi riguardano anche le attese: mancano i medici, gli obiettori di coscienza sono il 63,9% dei ginecologi, con picchi del 100% all’ospedale di Castiglione del Lago e dell’83% a Foligno, secondo l’indagine “Mai Dati” di Chiara Lalli e Sonia Montegiove. Intanto, a luglio 2024 ha avuto il suo primo sì la proposta della consigliera della Lega Paola Fioroni di una legge regionale che prevede integrazioni e modifiche al Testo unico in materia di sanità e servizi sociali per favorire “interventi volti a prevenire e a rimuovere le difficoltà economiche, sociali e relazionali che possano indurre all’interruzione di gravidanza, anche attraverso apposite convenzioni con soggetti non istituzionali”. Nello stesso periodo è stato approvato l’atto di indirizzo proposto sempre dalla Lega che chiede alla giunta Tesei il finanziamento di “interventi di promozione e realizzazione di progetti individuali di accompagnamento alla gravidanza, di promozione del valore sociale della maternità da parte di organizzazioni e associazioni operanti nel settore della tutela materno-infantile”.
Se esiste un “modello Marche”, va tutto nella direzione di porre barriere nell’accesso all’IVG e alla salute sessuale e riproduttiva. Nel 2023, i 66 consultori della regione sono aperti in media 11 ore a settimana, solo 26 rilasciano la certificazione per l’IVG e solo 24 hanno tutte e quattro le figure previste per legge. E il territorio è molto frammentato: in sette consultori l’obiezione di coscienza è al 100% tra personale specializzato in ginecologia e ostetricia, e in 18 il tasso va dal 40 al 67%. Ci sono poi i consultori privati, di cui 10 della Federazione Marche dei Consultori cattolici, che svolgono quasi esclusivamente attività di tipo sociale. Negli ospedali di Fermo e Jesi l’obiezione di coscienza è al 100%, a Senigallia, Civitanova e Fano tra l’80% e il 90%. A questo si aggiungono le scelte politiche, come quelle riguardanti la IVG farmacologica: nelle Marche si può accedere alla RU486, considerata ancora “procedura sperimentale”, solo entro la settima settimana e solo in alcuni ospedali. Nel 2022 le IVG farmacologiche nelle Marche sono state il 20,7% di tutte le procedure effettuate. A Jesi, Fabriano, Civitanova Marche e Pesaro il servizio non viene offerto. L’11,3% delle IVG effettuate dalle residenti nelle Marche avviene in altra regione e il 18% fuori dalla provincia di residenza. Nel frattempo, dopo aver interrotto nel 2022 la convenzione che l’Aied – Associazione Italiana per l’Educazione Demografica di Ascoli Piceno aveva avviato nel 1981 con l’ospedale locale per l’attuazione della legge 194, la Regione finanzia associazioni confessionali e si prepara a dare seguito a quanto previsto nel decreto PNRR.
Già da questi pochi esempi è facile capire perché l’Italia sia stata spesso richiamata a livello internazionale sulla garanzia di accesso all’IVG. La risoluzione non vincolante del Parlamento Europeo sull’inclusione del diritto di aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, approvata lo scorso aprile, chiede agli Stati membri di rimuovere gli ostacoli al servizio come raccomandato dalle linee guida dell’OMS del 2022, di garantire l’accesso a istruzione ed educazione sessuale e riproduttiva e ad assistenza di alta qualità, e di fermare i finanziamenti dell’UE ai gruppi anti-scelta. Nel testo vengono citati alcuni Paesi in cui il diritto non è pienamente garantito e in Italia, si osserva, “l’accesso all’assistenza all’aborto sta subendo erosioni”.
E non si tratta “solo” degli ostacoli fin qui descritti. Le testimonianze raccolte da diverse associazioni e riportate nel report di Medici del Mondo parlano di situazioni al limite: atteggiamenti ostili e linguaggio offensivo del personale sanitario, psicologi e psicologhe che chiedono continuamente “sei sicura?”, medici che non si presentano agli appuntamenti appositamente per allungare i tempi, donne costrette ad ascoltare il “battito fetale” e a firmare, contro la loro volontà, per la sua sepoltura. Una vera e propria violenza psicologica, sistemica e costantemente aggravata dai ripetuti tentativi dei gruppi antiabortisti di umanizzare l’embrione e criminalizzare la persona che ha scelto di interrompere la gravidanza, cercando di creare sensi di colpa. Il risultato? Ai numerosi ostacoli che chi vuole abortire deve affrontare, si somma un del tutto inutile trauma emotivo. Secondo l’OMS, una normativa restrittiva sull’aborto può causare angoscia e stigmatizzazione e rischia di costituire una violazione dei diritti umani, oltre a imporre oneri finanziari. Sulla stessa linea lo studio Turnaway, che dimostra che le donne che incontrano barriere, che ritardino o rendano più difficoltoso l’accesso alla IVG, presentano maggiormente stress, ansia e depressione. Le donne a cui è stata negata l’IVG, rispetto a quelle che hanno potuto abortire, hanno riportato anche maggiori difficoltà economiche e maggiore probabilità di vivere in stato di povertà, di rimanere legate a un partner violento o di crescere i figli da sole. Al contrario, le donne che hanno interrotto una gravidanza indesiderata non provano rimpianto, dolore né tantomeno disturbo da stress post-traumatico: l’emozione più comunemente provata è il sollievo, con ben il 99% delle donne che ha dichiarato che l’interruzione di gravidanza è stata la decisione giusta.
«Con “The Unheard Voice” vogliamo accendere i riflettori su una violenza psicologica, sistematica, pubblica e di stato che non è più accettabile. Il report evidenzia quanto ancora siamo lontani dalle raccomandazioni dell’OMS e da quanto previsto dalla nostra Costituzione in merito al diritto alla salute che dovrebbe essere garantito dai Livelli Essenziali di Assistenza. E ciò a causa di una chiara volontà politica che può avere conseguenze sulla salute mentale delle persone che vogliono abortire – spiega Elisa Visconti, Direttrice di Medici del Mondo Italia. Come organizzazione medico sanitaria, chiediamo al Ministero della Salute di adeguare la normativa e le procedure in materia di IVG recependo integralmente le raccomandazioni dell’OMS del 2022 e di garantire un sistema sanitario davvero capace di garantire il diritto all’aborto. Riteniamo inoltre necessari l’aumento del limite legale di età gestazionale in cui è possibile ricorrere all’IVG, l’abolizione dell’attesa forzata e dell’obiezione di coscienza. L’interruzione volontaria di gravidanza deve essere considerata esclusivamente come un atto medico, privo di connotazioni ideologiche, volto a garantire la tutela della salute psicofisica della persona gestante».
Nelle prossime settimane “The Unheard Voice” correrà online e sui social per fare informazione e sensibilizzare su questo tema attualissimo, mentre le testimonianze dell’esperienza sonora di Roma si potranno ascoltare su Spotify e perfino a Parigi, dove l’installazione di Medici del Mondo verrà portata il 28 settembre per un grande evento in occasione della Giornata Internazionale per l’Aborto Sicuro. Inoltre, a supportare la campagna e ad amplificarne il messaggio, ci saranno le voci di attiviste e attivisti e influencer. A queste, si aggiunge quella della comica Laura Formenti che, dopo aver attraversato l’Italia dalla Sicilia alla cima del Monte Bianco alla ricerca della RU486 nella campagna “The Impossible Pill”, torna quest’anno a prestare il suo linguaggio ironico per raccontare, in modo schietto, diretto e squisitamente umano, il tema dell’aborto in Italia, a partire dal video teaser che denuncia come oggi in Italia la voce delle persone che vogliono abortire venga censurata.
E, mentre continuerà a supportare, in sinergia con altre associazioni, la petizione europea “My voice, my choice” per un aborto sicuro e accessibile in Europa, il prossimo 23 settembre Medici del Mondo presenterà ufficialmente alla Camera il nuovo report “Aborto a ostacoli. Come le politiche di deterrenza minacciano l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza”.


