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Donata una Ortogil per “raggi X” del ‘47 al Museo di Storia della Medicina del Salento

Il Museo di Storia della Medicina del Salento si arricchisce di un altro pezzo pregiato. L’ingegnere ternano Giuseppe Pennacchia, infatti, ha voluto donare al Museo dell’Ospedale di Gallipoli un modello “Ortogil” del ‘47, una delle prime apparecchiature mobili di diagnostica per immagini prodotta dallo stabilimento fondato nel 1947 dall’ing. Arturo Gilardoni nei pressi di Busto Arsizio.
Un vero e proprio antenato dei moderni apparecchi radiologici a “raggi X” che, come descrive lo stesso ingegnere Pennacchia, “era composto da un treppiedi sorreggente una camera di produzione dei raggi X, montata su perni girevoli e scorrevole lungo l’asta, da una pedana di posizionamento del paziente in piedi, da uno schermo fluorescente sul quale appoggiare il corpo, da cavi di collegamento con guaina metallica”. “L’apparecchio – spiega ancora Pennacchia – era poi dotato di una scatola di comando con istruzioni all’interno del coperchio, poggiata su un treppiedi tale da permettere di controllare manualmente l’intensità dell’irraggiamento, tra tubo radiogeno e schermo radioscopico, attraverso un variatore di voltaggio e l’opportuno dosaggio dei tempi, a seconda della massa da ispezionare. Un’apertura a coltello permetteva di posizionare le lastre, tra le due superfici dello schermo, in un involucro; le stesse lastre venivano poi sviluppate in una vaschetta e stese ad asciugare in uno stanzino che fungeva da camera oscura, dotata di schermo luminoso per la successiva lettura dell’immagine. L’intera apparecchiatura era composta da otto parti, con tre valige per il trasporto”.
L’Ortogil oggi pomeriggio è arrivata a Gallipoli in quelle stesse valige, accolta dal direttore amministrativo dell’Ospedale Annamaria Paolini, dal vicedirettore medico Assunta Sapia e da Fausto Gatto e Maria De Giorgi, in rappresentanza della ASL e del comitato promotore dell’istituzione del Museo. A consegnarla proprio l’ingegner Pennacchia, legato anche affettivamente a quell’apparecchio utilizzato sino agli anni ‘70 da suo padre, il medico condotto Gabriele Pennacchia, nel suo studio di Roma. Una pagina di memoria familiare e di storia medica che ora potrà fare bella mostra di sé tra gli oltre 150 pezzi, macchinari, strumenti e oggetti vari, ospitati nel Museo dell’Ospedale gallipolino, dove un filo rosso tiene assieme la tecnologia del secolo scorso con quella contemporanea che, pochi metri più in là, continua a lavorare quotidianamente al fianco del personale sanitario e al servizio dei cittadini.

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