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L’infezione da COVID19 con milioni di soggetti contagiati e di morti in tutto il mondo rappresenta un’emergenza sanitaria. Diviene pertanto cruciale individuare i meccanismi patogenetici di questa malattia per poter allestire una strategia terapeutica efficace. Gli studi finora condotti hanno fatto rilevare che l’infezione determina l’interessamento di molti organi e che la disfunzione endoteliale gioca un ruolo centrale nella sua patogenesi.  Questa osservazione spiega anche perché i soggetti anziani, i pazienti con diabete mellito e quelli affetti da ipertensione arteriosa, che hanno come comune denominatore un’alterata funzione endoteliale, abbiano una prognosi peggiore quando contraggono l’infezione da COVID19.

D’altra parte è ben noto che l’endotelio è in grado di modulare l’aggregazione piastrinica ed i processi coagulativi, contribuisce all’immunità innata riducendo l’infiammazione, oltre a regolare le resistenze vascolari e proteggere i tessuti dall’effetto nocivo dei radicali liberi dell’ossigeno mediante la produzione di sostanze antiossidanti. Non sorprende quindi che la disfunzione endoteliale indotta dall’infezione virale comporti fenomeni tromboembolici a livello di organi vitali come il cervello, il cuore e, soprattutto, il polmone o patologie infiammatorie come la polmonite o la miocardite.
È anche importante rilevare che in base al COVID Symptom Study, che ha arruolato più di 4 milioni di persone guarite dall’infezione da COVID19 negli Stati Uniti d’America, Regno Unito e Svezia, è stata definita una sindrome COVID19 post-acuta, caratterizzata dalla persistenza dei sintomi fino a tre settimane dall’insorgenza, ed una cronica che si estende oltre le 12 settimane. Queste sindromi non colpiscono solo i pazienti in cui l’infezione ha avuto un decorso più grave e sono caratterizzate, oltre che da astenia e dispnea, da sintomi tipici di patologia di specifici organi come i polmoni, il cervello, il rene ed il cuore. Queste complicanze più che alla persistenza del virus sembrano legate alla disfunzione endoteliale con una tempesta di citochine che sostiene una grave infiammazione, e lo stato di ipercoagulabilità.
Diviene pertanto cruciale migliorare o preservare la funzione endoteliale. Questo obiettivo può essere raggiunto mediante la supplementazione di arginina, l’aminoacido chiave per la produzione di ossido nitrico e citrullina da parte della cellula endoteliale. Infatti, la somministrazione di questa sostanza aumenta la escrezione urinaria di nitrati nei soggetti con disfunzione endoteliale. Questo tipo di evidenze sono alla base della supplementazione di arginina in associazione alle terapie per il trattamento del COVID19 e nella prevenzione dell’infezione suggerita in diverse recenti pubblicazioni e in un protocollo di studio clinico randomizzato, in doppio cieco, contro placebo, pubblicato su “clinicaltrials.gov”.

Esperienze preliminari condotte in pazienti affetti da infezione da COVID19 aggiungendo la somministrazione endovenosagiornaliera di Bioarginina alla terapia standard hanno mostrato effetti favorevoli sui tempi di dimissione, sul recupero del numero di linfociti e sul rapporto P\F tra pO2 arteriosa e FiO2 respirata. In particolare, per quest’ultimo parametro si riscontra quasi un raddoppio della velocità di recupero.
Queste osservazioni hanno indotto ad intraprendere uno studio con l’aggiunta di Bioarginina per via endovenosa alla terapia standard dell’Ospedale Cotugno di Napoli in soggetti affetti da COVID19 con distress respiratorio moderato o severo. 

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