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Esteticamente somigliava a una pancia da donna in gravidanza, al settimo mese. In realtà si trattava di un utero incredibilmente ingrossato da fibromi giganti. All’Ospedale Madre Teresa di Calcutta di Monselice questo enorme utero malato, grande quasi quanto un bambino, è stato asportato in laparoscopia. Protagonista una donna di 53 anni di Padova, che ha beneficiato della tecnica che non ha richiesto cicatrici sulla pancia ma solo piccolissimi buchi, ha comportato un ridottissimo dolore post-operatorio, un recupero più rapido e un ricovero breve. Al tavolo operatorio l’équipe di Ginecologia e Ostetricia, diretta dal dottor Carlo Dorizzi che ha proceduto con precisione millimetrica, grande abilità chirurgica, e tanta pazienza.
“Si è trattato di un caso davvero paradigmatico, un intervento quasi proibitivo condotto a termine in laparoscopia. La paziente – racconta il dr. Dorizzi – accusava abbondanti e dolorose mestruazioni per la presenza di un grosso utero sovvertito da molteplici nodi di fibromi giganti, che lo rendevano grande quanto una gravidanza al 6-7 mese. Come ulteriore complicazione, la presenza di un importante quadro con la presenza di numerose aderenze per via di un precedente intervento laparotomico, cioè con un grosso taglio longitudinale dell’addome per asportare un tratto di intestino a causa di un tumore del colon”.
Alcuni accorgimenti tecnici e l’impiego di strumentazione dedicata hanno consentito di rimuovere l’utero, del peso di oltre 1300 grammi, senza tagliare la pancia, favorendo così la più rapida ripresa e la dimissione della signora nell’arco di tre giorni. La fibromatosi uterina è molto diffusa, interessa quasi il 30% delle donne sotto i 30 anni: il primo approccio è quello medico farmacologico che riduce il fibroma senza approccio chirurgico; se questo non basta si procede in sala operatoria.
“Questa esperienza l’ho vissuta molto bene: sono rimasta stupita dalla tecnica, unitamente all’umanità e all’empatia del personale medico e infermieristico. Il mio utero – racconta la donna – si era ingrossato gradualmente, erano sei mesi che avevo dolori alla schiena ed emorragie abbondanti, la mia pancia era diventata enorme. All’Ospedale di Monselice il personale mi ha spiegato, tranquillizzato, sottoposto a intervento mini-invasivo: svolto il martedì, sono stata dimessa già il venerdì pomeriggio. Adesso sto bene e sono tornata alla mia vita normale”.
La laparoscopia prevede la realizzazione di un numero esiguo di piccole incisioni, necessarie per introdurre uno strumento particolare, il laparoscopio: simile a una cannuccia per bere, all’estremità da inserire all’interno dell’organismo il laparoscopio presenta una rete di fibre ottiche, che fungono sia da sorgente luminosa che da telecamera.
Tutto ciò che viene illuminato e ripreso dal laparoscopio viene proiettato in tempo reale su un monitor, in maniera tale che il chirurgo possa orientarsi all’interno della pancia, quindi eseguire l’intervento.
“La nostra sanità si nutre di abilità chirurgica ed empatia umana e questo – commenta il direttore generale dell’Ulss 6 Euganea, Domenico Scibetta – è un esempio lampante di come la sala operatoria possa essere teatro di tecnica sovraffina, alta professionalità e sensibilità relazionale: per il bene di quell’attore principale del nostro agire, che è sempre il paziente”.
“Siamo molto soddisfatti della buona riuscita dell’intervento, anche in casi limite come questo, soprattutto perchè non si tratta – tira le somme il dr. Dorizzi – di un mero esercizio di stile ma di apportare davvero un beneficio tangibile per la paziente sotto diversi punti di vista: il dolore post-operatorio è sensibilmente inferiore e poi in generale la più rapida ripresa dell’autonomia e della mobilizzazione che consente una dimissione precoce e il veloce ritorno alle proprie abitudini di vita. Oltre il 90% della nostra attività chirurgica maggiore, anche nei casi oncologici, si svolge con tecnica mini-invasiva, con un training costante di tutti gli operatori dell’équipe, proprio perchè crediamo nell’efficacia di un approccio gentile anche nei confronti di patologie complesse. E i risultati e le storie come questa lo dimostrano”.

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