Lo studio REBOOT mette in discussione l’efficacia dei beta-bloccanti in pazienti con infarto del miocardio e funzione cardiaca conservata

Lo studio REBOOT, pubblicato sul “New England Journal of Medicine” e presentato all’ultimo Congresso della Società Europea di Cardiologia, apre una riflessione sull’impiego dei beta-bloccanti nella cura post-infarto.

Da decenni considerati terapia standard, i beta-bloccanti si dimostrano adesso sostanzialmente inutili in una popolazione di pazienti colpiti da infarto del cuore, ma funzione di pompa conservata. In questa popolazione di pazienti, lo studio non ha rilevato alcuna riduzione significativa del rischio di morte, reinfarto o ricovero per scompenso cardiaco.

Il trial clinico, promosso dal Centro Nacional de Investigaciones Cardiovasculares e coordinato in Italia dal laboratorio di ricerca clinica sul danno cerebrale e cardiovascolare acuto dell’Istituto Mario Negri, ha coinvolto 8.505 pazienti in 109 centri tra Spagna e Italia, seguiti per circa 4 anni.

Nei sottogruppi analizzati è stata osservata una potenziale differenza dell’effetto del trattamento in base al sesso e al tipo di infarto miocardico. In particolare nelle donne, si è osservato un incremento di eventi cardiovascolari associati al trattamento, che solleva l’esigenza di approfondire ulteriormente le differenze di risposta tra i sessi.

 “Le attuali raccomandazioni delle linee guida sui beta-bloccanti derivavano da un’epoca in cui non erano ancora disponibili la riperfusione precoce, le moderne terapie antiaggreganti e le statine”, spiega il Professor Borja Ibáñez, Principal Investigator dello studio e direttore del Dipartimento di Ricerca Clinica del CNIC. “Oggi sappiamo che per molti pazienti, che prendono già molti altri farmaci, i beta-bloccanti non mostrano alcun beneficio aggiuntivo”.

Secondo Roberto Latini, del Dipartimento di danno cerebrale e cardiovascolare acuto del Mario Negri e coordinatore, con Filippo Ottani, del gruppo Italiano dello studio: “Lo studio REBOOT non chiude il capitolo dei beta-bloccanti, ma rappresenta un punto di partenza importante per identificare i pazienti che possono ancora trarne vantaggio. È un passo verso una medicina cardiovascolare personalizzata e basata sull’evidenza, con possibili implicazioni per l’aggiornamento delle linee guida internazionali”.

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