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Svelato il meccanismo col quale i PFAS riducono gli anticorpi nei bambini vaccinati

Un nuovo studio dell’Università di Padova rafforza le preoccupazioni riguardo agli effetti delle sostanze perfluoroalchiliche, ormai noti inquinanti ambientali ampiamente diffusi in tutto il mondo, sul sistema immunitario umano, contribuendo a chiarire i meccanismi che potrebbero spiegare la ridotta risposta ai vaccini osservata nei bambini esposti a queste sostanze. Le principali agenzie sanitarie internazionali hanno infatti identificato proprio l’indebolimento della risposta vaccinale in età pediatrica come l’effetto più documentato e rilevante associato ai PFAS nell’uomo.

I ricercatori hanno analizzato in laboratorio il comportamento dei linfociti B dopo l’esposizione al PFOA, uno dei PFAS più diffusi. I campioni arrivavano da sette donatori di sangue sani che non erano stati esposti a PFAS, l’equipe medica ha poi esposto le cellule ai PFAS in laboratorio. Lo studio è durato quasi due anni, dal giugno 2024 all’ottobre di quest’anno.

Secondo i risultati ottenuti, i linfociti B mantenuti in coltura ed esposti allo PFOA non solo proliferano e si attivano meno a seguito dello stimolo con fattori di crescita fisiologici, ma dimostrano anche un rallentamento nella maturazione. Questo determina una produzione significativamente inferiore di anticorpi, ed in particolare di immunoglobuline G, gli anticorpi che identificano la memoria immunitaria in grado di fornire una protezione duratura dopo le vaccinazioni che vengono praticate durante l’infanzia. La riduzione osservata nella produzione di anticorpi, tra il 30% e il 45%, è coerente con i risultati degli studi epidemiologici che negli ultimi anni hanno documentato risposte vaccinali più deboli in bambini che vivono in aree con alti livelli di PFAS.

Già in diverse regioni del Nord Europa e negli Stati Uniti era emerso come i bambini residenti in aree con maggiore esposizione al PFOA avessero concentrazioni di anticorpi più bassi dopo i richiami per tetano, difterite, morbillo e altre vaccinazioni di routine. Il nuovo studio padovano, realizzato dai Prof.ri Carlo Foresta e Francesco Cinetto dell’Università di Padova in collaborazione con i prof. Luca De Toni e Andrea Di Nisio, fornisce una tessera importante del puzzle: mostra infatti come il PFOA interferisca direttamente con le cellule che generano gli anticorpi, alterando meccanismi fondamentali per la risposta immunitaria.

I risultati della ricerca saranno presentati alla tavola rotonda “Esposizione a PFAS e manifestazioni cliniche: strategie di intervento sanitario”, che si terrà il 16 dicembre 2025 presso la Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato della Repubblica, organizzato su iniziativa del Presidente della 7ma commissione permanente Sen. Roberto Marti e che vedrà la partecipazione di esperti nazionali e rappresentanti istituzionali in ambito sanitario e ambientale. Sarà possibile anche seguire l’evento in streaming sulla web tv del Senato.

«Questo studio rappresenta un passo avanti decisivo nella comprensione degli effetti dei PFAS sul sistema immunitario umano», dichiara il professor Carlo Foresta. «Da tempo osserviamo, attraverso le indagini epidemiologiche, come i bambini esposti a elevate concentrazioni di queste sostanze mostrino risposte vaccinali ridotte, ma mancava una dimostrazione chiara dei meccanismi cellulari coinvolti. I nostri risultati indicano che il PFOA interferisce direttamente con il funzionamento dei linfociti B, rallentandone la maturazione e riducendo in modo significativo la capacità di produrre anticorpi, in particolare le immunoglobuline G, fondamentali per la memoria immunitaria a lungo termine. La riduzione rilevata è perfettamente sovrapponibile a quanto documentato negli studi di popolazione, confermando che l’impatto dei PFAS non è un’ipotesi teorica, ma un rischio concreto per la salute dei più piccoli. È un’evidenza che deve richiamare l’attenzione delle istituzioni e della comunità scientifica: comprendere i meccanismi biologici è essenziale per definire strategie di prevenzione e intervento. La nostra speranza è che questo lavoro contribuisca a rafforzare la consapevolezza sulla necessità di limitare l’esposizione a questi composti e di tutelare con maggiore determinazione la salute dei bambini».

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