I disturbi mentali gravi (Severe Mental Illness, SMI), tra cui schizofrenia, disturbo bipolare e depressione maggiore, rappresentano condizioni ad elevato impatto clinico e funzionale, con ripercussioni significative sulla qualità della vita e sull’autonomia della persona.
Il trattamento di queste condizioni si basa prevalentemente sulla psicofarmacologia, che ha dimostrato di migliorare sia l’aspettativa di vita sia gli esiti clinici. Tuttavia, l’utilizzo prolungato di psicofarmaci può essere tuttavia associato a effetti collaterali metabolici, cardiovascolari e neurologici, con un conseguente aumento del rischio di mortalità precoce.
In questo contesto, emerge la necessità di strategie terapeutiche orientate alla minima dose efficace, in grado di garantire stabilità clinica riducendo al contempo il carico farmacologico e i possibili effetti avversi.
Studio osservazionale
In uno studio osservazionale longitudinale della durata di due anni, condotto presso le strutture psichiatriche della Fondazione Maddalena Grassi e coordinato dallo scrivente, abbiamo valutato la possibilità di ridurre il carico psicofarmacologico in pazienti affetti da disturbi mentali gravi.
Lo studio preliminare, presentato inizialmente al European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) e successivamente al congresso della Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI), è stato pubblicato sulla rivista Neuroscience Applied (https://doi.org/10.1016/j.nsa.2025.105756).
Lo studio include 33 pazienti adulti affetti da patologie psichiatriche maggiori, monitorati nel tempo attraverso parametri clinici, psicopatologici e biologici.
Il carico farmacologico è stato quantificato mediante equivalenti di clorpromazina per gli antipsicotici e di diazepam per le benzodiazepine, consentendo una valutazione standardizzata delle terapie.
Risultati clinici
Nel corso del follow-up è stata osservata la possibilità di ridurre il carico farmacologico sia antipsicotico sia benzodiazepinico grazie a un adeguato monitoraggio clinico.
È particolarmente rilevante come tale riduzione non sia stata associata a peggioramento del funzionamento globale, aumento delle ricadute cliniche o incremento delle ospedalizzazioni.
Parallelamente, è emersa una correlazione tra la riduzione del carico antipsicotico e un miglioramento di alcuni marker infiammatori, suggerendo un possibile beneficio sistemico oltre che psichiatrico.
Interpretazione clinica
Questi dati suggeriscono che, in contesti clinici strutturati e con un monitoraggio adeguato, è possibile perseguire una strategia di progressiva riduzione farmacologica senza compromettere la stabilità clinica.
Nella pratica quotidiana, questo implica un approccio maggiormente individualizzato, in cui la terapia viene adattata in base all’evoluzione del quadro clinico, alle comorbidità e alla tollerabilità del trattamento.
In questo contesto, risulta fondamentale una corretta valutazione psichiatrica che consenta di definire in modo accurato il quadro clinico e impostare un percorso terapeutico personalizzato.
Il ruolo dell’equipe curante coadiuvata dal monitoraggio clinico dello psichiatra è centrale nell’equilibrare efficacia terapeutica, prevenzione delle ricadute e minimizzazione degli effetti collaterali, attraverso un monitoraggio continuo.
Conclusioni
L’ottimizzazione del trattamento psicofarmacologico rappresenta una delle principali sfide nella gestione dei disturbi mentali gravi.
I risultati preliminari di questo studio suggeriscono che una riduzione del carico farmacologico, quando guidata da criteri clinici e monitorata nel tempo, può essere non solo possibile ma anche vantaggiosa.
È attualmente in corso un secondo studio osservazionale su una popolazione più ampia, con l’obiettivo di confermare e replicare questi risultati preliminari.
Dott. Mario Mazza – Psichiatra


