L’indagine demoscopica sul tema della longevità e il rapporto con la prevenzione condotta da Will e Youtrend per Named Group parte dal riconoscimento del valore della prevenzione oltre che per la tutela della salute individuale anche come leva di sostenibilità economica capace di ridurre il peso delle malattie sul sistema sanitario e sulle famiglie. È infatti il 61% degli italiani a ritenere che curare costi più che prevenire.
Da questo punto di vista la ricerca di Will e YouTrend mostra una crescente attenzione degli intervistati verso il benessere quotidiano, ma anche una forte presenza di comportamenti contraddittori. Se da un lato molti italiani adottano abitudini favorevoli alla salute dall’altro restano molto diffusi comportamenti meno favorevoli o dannosi come la sedentarietà e l’utilizzo del cellulare prima di dormire, praticato ogni giorno dal 73% degli intervistati.
Se la genetica rappresenta il patrimonio ereditario di ciascun individuo, l’epigenetica dimostra che stile di vita, alimentazione, attività fisica, qualità del sonno e integrazione, quando necessaria, possono influenzare positivamente i processi biologici legati all’invecchiamento e alla longevità.È proprio in questa prospettiva che la prevenzione e la modulazione dei fattori modificabili sono fondamentali nel moderno approccio all’healthy aging.“In particolare – sottolinea Giovanni Scapagnini, Professore di Nutrizione Clinica all’Università del Molise -la possibilità di un’integrazione nutraceutica finalizzata alla geroprotezione emerge come un’opzione ormai supportata da molteplici evidenze cliniche ed in questo contesto il ruolo ponte della nutraceutica è strategico nell’ottenimento di una longevità in salute”.
Anche la tecnologia dedicata al benessere è sempre più presente, ma non ancora pienamente integrata nelle abitudini quotidiane. Il 45% degli italiani, infatti, non monitora alcun parametro di salute tramite smartphone o smartwatch e il controllo del glucosio è effettuato solo dal 4% degli intervistati, nonostante il monitoraggio metabolico sia considerato sempre più importante nella prevenzione e nell’healthy aging. Un’iperglicemia lieve ma cronica è associata a infiammazione, aumento del rischio cardiovascolare, sovrappeso e accelerazione dei processi di invecchiamento biologico.
In questo contesto, il controllo della disglicemiaè cruciale non solo nella prevenzione del diabete, ma anche nella protezione cardiovascolare e nel rallentamento dei meccanismi biologici associati all’invecchiamento. “Accanto agli interventi sullo stile di vita – afferma Giovanni Scapagnini – è cresciuto l’interesse verso approcci nutraceutici volti a modulare differenti vie coinvolte nell’omeostasi del glucosio: l’impiego combinato di composti bioattivi derivati da Mangifera indica, Momordica charantia e Malus domestica, che agiscono con meccanismi complementari del metabolismo glucidico, inclusi sensibilità insulinica, captazione periferica del glucosio e assorbimento intestinale del glucosio potrebbe rappresentare un approccio di supporto nell’ambito della prevenzione cardiometabolica integrata”
Sul fronte alimentare emerge una percezione non sempre allineata alle evidenze scientifiche: il 43% ritiene che frutta e verdura siano oggi più nutrienti rispetto a vent’anni fa, mentre numerosi studi indicano una progressiva riduzione di alcuni micronutrienti essenziali. Il tema è particolarmente rilevante in ottica preventiva e di invecchiamento sano. Micronutrienti, vitamine, polifenoli e minerali svolgono infatti un ruolo chiave nei processi cellulari, nella difesa dallo stress ossidativo e nel corretto funzionamento del metabolismo. Una loro carenza cronica, anche lieve, può incidere nel tempo su energia, sistema immunitario, infiammazione e salute generale. Un tema che rafforza l’importanza di una nutrizione consapevole e, quando necessario, di un’integrazione mirata e corretta.
Accanto alla qualità nutrizionale degli alimenti, la ricerca scientifica evidenzia sempre più come l’alimentazione influenzi anche gli equilibri biologici profondi dell’organismoa partire dal microbiota intestinale, oggi considerato un attore centrale nei processi di salute, prevenzione e longevità, come sottolinea Ennio Tasciotti, Direttore dello Human Longevity Program del San Raffaele di Roma e Professore Advanced Medical and Surgical Technologies, Department for the promotion oh Human Sciences and Quality of Life, Università san Raffaele di Roma: “Non bisogna trascurare il ruolo dell’ecosistema intestinale come mediatore biologico tra alimentazione e salute sistemica.La qualità della dieta, infatti, non influenza soltanto l’apporto di nutrienti, ma anche la composizione e la funzionalità del microbiota intestinale, oggi considerato uno dei principali regolatori dei processi associati all’invecchiamento e alla resilienza metabolica. Negli ultimi anni il microbiota intestinale è emerso come uno degli elementi chiave della medicina preventiva e della longevità. Le evidenze scientifiche indicano che il consumo regolare di alimenti fermentati, associato a una dieta varia e ricca di fibre vegetali, può contribuire a migliorare la diversità microbica intestinale e a modulare processi associati a infiammazione cronica, metabolismo energetico e funzione immunitaria. Il microbiota rappresenta infatti un’interfaccia dinamica tra alimentazione, ambiente e salute dell’organismo lungo tutto il corso della vita. Queste evidenze contribuiscono a rafforzare una visione più evoluta della prevenzione nutrizionale, orientata non soltanto alla correzione di carenze manifeste, ma al mantenimento nel tempo dell’equilibrio fisiologico e metabolico dell’organismo”.
Il rapporto con gli integratori evidenzia invece un approccio al benessere ancora prevalentemente “reattivo”, più orientato a rispondere a esigenze specifiche che alla prevenzione nel lungo periodo. Tra chi dichiara di non assumere integratori, il 42% afferma di non averne bisogno perché non presenta carenze, segno di una percezione dell’integrazione ancora legata soprattutto alla correzione di deficit conclamati.
Anche tra chi utilizza integratori emerge una logica principalmente funzionale: il 31% li assume soprattutto per affrontare bisogni specifici, come menopausa, gravidanza o periodi di forte stress, il 26% per colmare una carenza nutrizionale oppure per supportare l’impegno fisico e mentale. Solo il 18% collega invece l’utilizzo degli integratori alla prevenzione e al benessere di lungo periodo. Il dato evidenzia quindi una cultura del benessere ancora prevalentemente orientata a intervenire quando emerge un bisogno concreto, piuttosto che a mantenere nel tempo un equilibrio fisiologico ottimale.
Dalla ricerca emerge infatti che la maggioranza degli intervistati ritiene opportuno iniziare a investire concretamente nel benessere a lungo termine tra i 30 e i 50 anni. La scienza suggerisce invece che un percorso di healthy aging dovrebbe iniziare molto prima, perché l’invecchiamento non è un processo lineare e può accelerare in presenza di cattive abitudini e fattori di rischio.
Tra le principali paure legate all’invecchiamento emerge soprattutto il deterioramento cognitivo, indicato dal 60% degli intervistati, davanti alla perdita di autonomia e al declino fisico. Una sensibilità che riflette una crescente attenzione verso la salute cerebrale, anche dal punto di vista del ruolo dell’alimentazione e di un’integrazione mirata. A tal proposito, le evidenze scientifiche sottolineano l’importanza degli antiossidanti e Omega 3 per il mantenimento delle funzioni cognitive.
Infine, secondo la ricerca condotta da Will e YouTrend per Named Group, il rapporto con le informazioni sulla salute si sviluppa sempre più all’interno di un ecosistema ibrido: il medico di base resta il principale punto di riferimento, ma cresce il peso di social media, contenuti online e nuove tecnologie. Uno scenario che evidenzia la necessità di rafforzare la qualità dell’informazione scientifica e la formazione delle figure di riferimento, per contrastare fake news e promuovere una cultura della prevenzione più consapevole e basata su evidenze scientifiche.


