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Da Senior Italia FederAnziani un regalo ai nonni italiani in occasione della loro Festa ufficiale del 2 ottobre. Arriva infatti e-MemoryCare, la metodica innovativa non farmacologica che è personalizzata paziente per paziente per favorire la stimolazione cognitiva e la possibile riabilitazione cognitiva dei pazienti con declino cognitivo.
Un’iniziativa innovativa e unica nel suo genere che si sviluppa interamente on line, sfruttando le nuove tecnologie informatiche. Una metodica non farmacologica per contribuire a prevenire le ospedalizzazioni e i ricoveri in strutture protette, mantenere così una buona qualità di vita al paziente e al tempo stesso assicurare risparmi all’intero sistema sanitario nazionale. Attraverso un’apposita piattaforma digitale e quattro diverse App si può fare riabilitazione e stimolazione cognitiva per preservare così lo stato di salute del paziente. Si tratta di interventi non farmacologici e i vari esercizi previsti dalla metodica attivano una stimolazione che interviene non solo sulla sfera conoscitiva, ma anche su quella affettiva, sociale, comportamentale e relazionale. Il progetto è stato ideato da una giovane studente prossima alla laurea in psicologia, Marianna Messina, e si avvale di un Advisory Board scientifico che riunisce psicologi, psichiatri, neurologi, nutrizionisti, fisiatri, cardiologi, neuro-psicologi ed economisti. “e-MemoryCare” è patrocinato da Senior Italia FederAnziani e sostenuto a promosso da FIMMG, SUMAI ASSOPROF, FNOPI e CNOP.
“e-MemoryCare”, dichiara Marianna Messina, “è un metodo innovativo non farmacologico, personalizzato paziente per paziente, che può essere usato a casa dai pazienti con l’aiuto di caregiver, familiari o sanitari formati, allo scopo di non peggiorare il declino cognitivo. Non è un metodo auto-somministrante da parte del paziente, ma è un vero e proprio cordone ombelicale attraverso il quale i sanitari possono, non solo lavorare a stretto contatto con i pazienti, avvalendosi anche dei caregiver e familiari, ma anche controllare da remoto lo stato di miglioramento del declino cognitivo del loro paziente per intervenire tempestivamente al fine di contrastare eventuali peggioramenti. Attraverso complicatissimi algoritmi e-
MemoryCare si sartorizza sul paziente e sulle sue caratteristiche personali”.

Quello del declino cognitivo è già oggi il tallone d’Achille del nostro Welfare e in un futuro prossimo rischia di esserlo ancora di più. In Italia, il numero totale dei pazienti con declino cognitivo è stimato in oltre un milione, di cui circa il 60%, ovvero 600mila, con malattia di Alzheimer, e circa tre milioni sono le persone direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari con notevole impatto anche sul piano economico e organizzativo Senior Italia FederAnziani. Il maggior fattore di rischio associato all’insorgenza delle demenze è l’età, aspetto questo che in una società che invecchia, come la nostra, rende l’impatto del fenomeno di dimensioni allarmanti, tanto da poter prevedere che queste patologie diventeranno, in tempi brevi, uno dei problemi più rilevanti in termini di sanità pubblica. La prevalenza della demenza nei paesi industrializzati è circa dell’8% negli ultrasessantacinquenni e sale ad oltre il 20% dopo gli 80 anni. Secondo alcune proiezioni, i casi di demenza potrebbero triplicarsi nei prossimi 30 anni nei Paesi occidentali. In Italia, secondo le proiezioni demografiche, nel 2051 ci saranno 280 anziani ogni 100 giovani, con aumento di tutte le malattie croniche legate all’età, e tra queste le demenze. Non solo: l’Alzheimer e le demenze figurano tra le cause di morte in oltre 52 mila casi all’anno di decessi di anziani.
E i numeri sono destinati ad aumentare con l’invecchiamento progressivo della popolazione. Basti pensare che se oggi gli over 65 sono circa 14 milioni nel nostro Paese, rappresentando circa il 23% della popolazione, nel 2050 saranno più di un terzo della nostra popolazione arrivando a raggiungere la quota di 19.585.000. Numeri che consentono di stimare un aumento dei pazienti con Alzheimer dagli attuali 600.000 agli oltre 820.000 del 2050, mentre da 1 mln attuale di pazienti complessivi con declino cognitivo si passerà nel 2050 ad averne 1,3 milioni.
Un’emergenza quindi a cui il nostro sistema rischia di trovarsi impreparato, anche rispetto all’impatto economico e sociale del fenomeno. Il costo annuo medio per paziente con Alzheimer complessivo, ovvero comprensivo di costi a carico della famiglia e del Servizio Sanitario Nazionale, è stimato nella cifra di 70.587 euro, tra costi diretti, ovvero assistenza informale – badanti, accesso ai servizi socio sanitari, altri costi diretti, che pesano complessivamente per il 26,80%, e costi indiretti che pesano per il 73,2%. Costi che solo in piccola parte sono a carico del SSN, pesando invece per la stragrande maggioranza solo sulle famiglie, con un costo annuo medio sostenuto da una famiglia con paziente con Alzheimer di 68.171 euro, comprendendo in questo costo non solo le uscite monetarie ma anche il lavoro prestato senza compenso da parenti e amici, e i correlati mancati guadagni degli stessi caregivers o dei pazienti. Come
faranno le famiglie e il sistema tutto a reggere l’urto di questa emergenza nello scenario di continuo invecchiamento della popolazione senza una politica che sappia prevenire e contrastare il suo impatto con interventi tempestivi e con la giusta pianificazione? Bisogna mettere il tema al centro delle politiche socio sanitarie. Bisogna programmare metri quadri di RSA che abbiano la capienza per contenere il fenomeno. Bisogna fare i conti con una struttura sociale che è molto cambiata nei decenni: basti pensare che se nel 1970 il numero medio di figli per famiglia era di circa 2,4, oggi ci sono solo 1,2 figli per famiglia, con un vero e proprio dimezzamento. Come faranno, dunque, nei prossimi decenni i figli a gestire il carico del genitore con declino cognitivo, senza più contare su quella condivisione tra fratelli che per decenni ha in gran parte retto il sistema? Bisogna agire per tempo.

E’ con questo regalo per i nonni e per le loro famiglie che Senior Italia FederAnziani vuole dunque festeggiare la ricorrenza del 2 ottobre. A maggior ragione perché quella di quest’anno sarà una festa più amara per i nostri nonni in un contesto di vera e propria emergenza che li vede stritolati su più fronti dal caro bollette, dalle conseguenze della guerra in Ucraina, dal Covid-19 e dal suo impatto sul sistema sanitario. Tutto questo a fronte del contributo che da sempre i nonni danno alle famiglie dei loro figli e nipoti: 38,2 miliardi di euro l’anno, secondo i dati del Centro Studi Senior Italia FederAnziani. Da qui, l’appello dell’organizzazione della terza età alle forze della politica, in questo momento di ridefinizione del quadro e di prossima nascita di un nuovo governo, perché quest’emergenza venga affrontata fattivamente, che si affianca all’appello ad affrontare per tempo lo scenario di una società in continuo
invecchiamento, dove già da oggi una problematica come quella del declino cognitivo rappresenta il vero tallone d’Achille del nostro Welfare.
Il contributo dei nonni alla vita delle famiglie e della società è da sempre al centro della ricorrenza della Festa dei Nonni istituita con Legge 31 luglio 2005, n.159 proprio per sottolineare la centralità del loro ruolo. I nonni in Italia contribuiscono con oltre 38,2 miliardi ai bilanci delle famiglie. Sono infatti 12 milioni i nonni italiani e, oltre a fare da baby sitter ai loro nipoti, sostengono economicamente le famiglie dei propri figli, soprattutto per comprare vestiti, giochi, libri, per pagare la scuola o le varie attività dei nipoti, ma anche per pagare il mutuo o l’affitto di casa o semplicemente per fare la spesa. Senza calcolare il valore economico dell’attività di accudimento dei nipoti. Anche per continuare a svolgere questo lavoro,
dall’inizio della pandemia i nonni hanno deciso di proteggere la propria salute e quella di chi li circonda vaccinandosi per primi. A spingerli a vaccinarsi contro il Covid è stato infatti l’amore per i figli e i nipoti e il desiderio di riabbracciarli e tornare alla normalità piuttosto che la paura.
In base ai dati del Centro Studi Senior Italia FederAnziani il 92,8% dei senior aiuta o ha aiutato economicamente figli e nipoti, facendolo spesso, qualche volta o raramente, mentre solo il 7,2% non lo ha mai fatto. Tra coloro che hanno aiutato la famiglia dei figli, il 41,8% ha trasferito mensilmente una cifra compresa tra i 100 e i 500 euro, l’8,2% una cifra compresa tra i 500 e i 1.000 euro, e il 7,3% addirittura ha contribuito mensilmente con oltre 1.000 euro. Cifre che proiettate sulla popolazione dei senior conducono a un totale di circa 38,2 miliardi.
Il 42,2% dei nonni ha contribuito a sostenere le varie spese per la vita dei nipoti, come l’acquisto di abiti, vestiti, giochi, l’iscrizione a scuola, a corsi di attività fisica, musicale o altro, il 15,5% ha aiutato a pagare il mutuo di casa o l’affitto, il 13,7% ha dato ai propri figli soldi per fare la spesa, il 12,3% ha pagato le bollette dei figli, il 9% le loro tasse. Ma un aiuto altrettanto importante è quello legato alla cura dei nipoti: il 35,5% dedica loro fino a 10 ore a settimana, il 24,4% se ne occupa tra le 10 e le 20 ore, il 7,4% tra le 20 e le 40 e il 7,4% per oltre 40 ore.
L’aiuto nell’accudire i nipoti consiste principalmente nel far loro da baby sitter quando i genitori non ci sono, nel riprenderli a scuola o accompagnarli nelle varie attività, nel portarli al cinema o in altri luoghi di divertimento e nel portarli con sé in vacanza. Alla domanda “pensi che i tuoi nipoti continueranno ad avere bisogno di te?” rispondono positivamente sei nonni su 10: il 53,6% è convinto che il principale supporto continuerà ad essere il lavoro di cura, mentre il 7,7% crede che si ritroverà di nuovo a dover dare una mano dal punto di vista economico.
I nonni sono stati tra i primi a vaccinarsi contro il Covid -19. Tra le motivazioni che li hanno indotti a vaccinarsi c’è soprattutto il desiderio di sconfiggere la pandemia e tornare alla normalità, e in particolare la volontà di tornare a riabbracciare figli e nipoti; il timore dei rischi legati al Covid ha pesato per il 21,3% del campione, la necessità di fornire un concreto aiuto ai figli e ai nipoti è stata una leva per il 14,4% e infine il consiglio del medico è stato determinante per il 9% del campione e quello dei familiari per il 4,3%.

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