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La dottoressa Alba Sciascera è il Direttore della Medicina di Saronno. L’entrata in ruolo a far data dal 10 marzo 2021.
Originaria di Como ma con genitori abruzzesi, la dottoressa Sciascera ha lavorato negli Ospedali S. Anna di Como,
Fatebenefratelli di Erba e dell’ASST Ovest Milanese. Ha maturato importanti competenze in ambito internistico e geriatrico. E’ stata responsabile del percorso “Dimissioni protette” e della Struttura semplice “Gestione del paziente fragile e continuità assistenziale” all’Ospedale Giuseppe Fornaroli di Magenta. E’ componente dello staff di Fadoi nel board di ricerca in ambito reumatologia e attualmente dell’esecutivo nazionale. Ha fatto parte della Commissione nazionale per la formazione continua presso il Ministero della Salute e Agenas. Ha partecipato a tavoli di lavoro al ministero della salute in tema di telemedicina e rapporti ospedale-territorio. Ha svolto incarichi di docenza all’Università Campus Biomedico di Roma e all’Università degli studi di Milano. E’ autrice e coautrice di una quarantina di pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali.
La dottoressa Sciascera inizia a lavorare in Ospedale a Saronno il primo novembre 2019: è Responsabile facente funzione dell’Unità operativa complessa di Medicina interna. Dopo pochi mesi di attività, si ritrova a governare l’emergenza sanitaria del Covid-19. Durante la prima ondata, il Presidio saronnese è stato un avamposto nella lotta alla pandemia, accogliendo moltissimi malati dal Lodigiano e dalla Bergamasca, e la dottoressa Sciascera si è ritrovata in prima linea. Ma si schermisce.
“I pazienti Covid non li ho curati da sola, abbiamo fatto una squadra di fantastici medici infermieri e operatori socio-sanitari, ed è grazie alla squadra che si è potuto curare più di 1.000 pazienti, cioè 1.000 uomini e donne con le loro famiglie, le loro storie hanno riempito ogni minuto delle nostre giornate interminabili. Devo ringraziare tutti i miei collaboratori e i miei medici che non si sono mai risparmiati, non ho mai dovuto chiedere loro uno sforzo in più, si sono sempre offerti con abnegazione al loro compito. Un ringraziamento a tutti i coordinatori di reparto, quelle che un tempo chiamavamo “i caposala”. Fantastiche e fantastici”. Laddove il virus separava e distanziava, la dottoressa
Sciascera si è mossa in direzione contraria: approssimando, unendo.
“Abbiamo fatto camere “matrimoniali”: marito e moglie, compagno e compagna, madre e figlia li abbiamo ricoverati nella stessa stanza, e questo fa comprendere come il virus si diffonda all’interno dei nuclei familiari. Così si sono aiutati reciprocamente, e la vicinanza reciproca è da stimolo per una pronta guarigione. I malati hanno paura di non riuscire più a respirare: la mancanza di fiato non è piacevole. Noi dobbiamo far capire loro che noi ci siamo con tutti i mezzi e tutti gli strumenti che la tecnologia ci fornisce. Si deve trasmettere loro la forza e la sicurezza: se percepiscono questa si rassicurano, ma nello stesso tempo dobbiamo cercare di alleggerire gli animi distraendoli, scherzando con loro, perché non hanno vicino i loro cari, se non con delle videochiamate. Poi c’è il grossissimo lavoro con i parenti dei malati, perché dobbiamo descrivere loro quello che non possono vedere, non essendo permesso far visita ai pazienti”.
La prima, la seconda e ora la terza ondata: la dottoressa Sciascera vi dedica sabati e domeniche, Natale l’ha trascorso in corsia.
“Le tre ondate sono iniziate in modo diverso, ma quando la pandemia sale il virus si incattivisce e i danni al polmone divengono sempre importanti, non abbiamo mai abbassato la guardia, sappiamo dove il Covid-19 può arrivare. Ma sappiamo anche che non abbandoniamo i nostri malati, una volta dimessi. L’ambulatorio di follow-up post Covid è l’ambulatorio dove più clinici visitano insieme e rivedono il paziente al controllo dopo tre mesi. Il malato esegue una Tac del torace e poi viene da noi. E’ la fase in cui misuriamo gli esiti della malattia, quindi i danni o le guarigioni complete che, per fortuna, sono moltissime. E’ un momento molto commovente in cui ci rivediamo con il malato che un tempo era ricoverato e scopriamo che noi conosciamo tutto di lei/lui, anche particolari episodi familiari e loro non ci riconoscono, perché erano abituati a vedere operatori “vestiti come astronauta” e cercano nei nostri occhi di ricordare uno sguardo”.
Ci sono due parole che modellano l’operare del clinico: innovazione e multidisciplinarietà. “Per me un obiettivo fondamentale è l’innovazione. Innovazione nel metodo. Innovazione nella creazione di nuovi percorsi con il territorio. Innovazione tecnologica come la telemedicina. Innovazione come il poter lavorare con medici che arrivano da Atenei importanti quali Pavia, Monza, Varese, da realtà ospedaliere quali il Sacco o il Gaetano Pini. E, non ultima, innovazione come nuovi modi di essere vicini alle persone malate, con nuovi modi per agevolarle quando fanno le visite e devono eseguire gli esami. Un obiettivo è porsi un obiettivo ogni giorno sempre per migliorare il servizio ai cittadini, sempre per migliorare la competenza dei medici, sempre per un miglioramento continuo. Non ultima, amo la parola multidisciplinarietà, che vuol dire mettere insieme diverse competenze. Stiamo già realizzando ambulatori multidisciplinari in cui diversi specialisti in contemporanea valutano i pazienti polipatologici e complessi: in questi ambulatori si approfondisce ma poi si fa una sintesi per far sì che il paziente non faccia percorsi inutili e ridondanti, che non assuma troppe medicine e soprattutto che si senta accolto e senta soddisfatti i numerosi bisogni di assistenza e di salute”.

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