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È il primo test genomico che consente di definire il miglior trattamento nelle pazienti con tumore della mammella in stadio iniziale che presentano iperespressione di una proteina. Si chiama HER2DX e permette, in base a uno specifico punteggio, di stabilire sia le possibilità di sopravvivenza sia, nelle donne sottoposte a terapia prima dell’intervento chirurgico, le probabilità di raggiungere la risposta patologica completa, cioè la completa scomparsa di qualunque cellula tumorale a livello mammario e linfonodale. Enormi i potenziali vantaggi, perché viene escluso il rischio di somministrare trattamenti in eccesso e le conseguenti tossicità oppure terapie troppo blande, se la malattia risulta aggressiva. Dall’altro lato, sono evidenti anche i risparmi per il sistema sanitario, perché si evitano cure inappropriate. Il test è stato sviluppato e brevettato congiuntamente dalle Università di Padova e di Barcellona ed è stato studiato su più di 1.000 persone, come dimostrato da due studi pubblicati su “The Lancet Oncology” e “The Lancet eBioMedicine”, che portano la firma, fra gli altri, di Pierfranco Conte, Valentina Guarneri, Aleix Prat e Charles M. Perou.

Ogni anno in Italia circa 55mila persone sono colpite da tumore della mammella, il 15% (8250) sono caratterizzate da iperespressione della proteina HER2. “Nei tumori HER2 positivi la crescita delle cellule tumorali è dovuta alla stimolazione di questo recettore, che è presente in sovrabbondanza, causando così una crescita rapida e incontrollata delle cellule malate – spiega il prof. Conte -. Dal punto di vista biologico, è una delle forme più aggressive e, in passato, non essendoci farmaci efficaci, queste pazienti erano caratterizzate dalla prognosi peggiore. Oggi invece, grazie alla disponibilità di terapie mirate che interferiscono specificamente bloccando il recettore HER2, il decorso clinico è cambiato radicalmente. Il primo anticorpo monoclonale anti HER2, che ha rivoluzionato la storia della malattia, è stato trastuzumab, a cui sono seguite numerose altre terapie, ad esempio anticorpi monoclonali che veicolano farmaci citotossici molto potenti come trastuzumab emtansine, oppure inibitori tirosin chisanici o farmaci chemioterapici associati alle molecole anti HER2. La presenza di numerose alternative terapeutiche richiede nuovi strumenti per supportare i clinici nella scelta della terapia più efficace evitando sovra o sottotrattamenti”.

“I parametri tradizionali utilizzati dagli oncologi sono costituiti dalle dimensioni del tumore, dallo stato dei linfonodi ascellari e dei recettori ormonali – afferma il prof. Conte -. Si tratta di criteri molto utili, ma non permettono di individuare con sufficiente precisione alcune pazienti che rischiano di ricevere trattamenti superiori o inferiori al necessario. Il test genomico HER2DX risponde quindi a un bisogno clinico ancora insoddisfatto perché, a oggi, non vi sono strumenti per definire, nelle forme HER2 positive, il beneficio delle terapie mirate e il rischio di recidiva”. Il test valuta lo stato di attivazione di 27 geni che regolano quattro vie metaboliche, fondamentali per la crescita neoplastica: l’espressione di HER2, la via di stimolazione endocrina, quella della proliferazione cellulare e la via immunologica.

“Analizzando questo gruppo di geni – continua il prof. Conte -, abbiamo dimostrato che grazie al test genomico, in aggiunta ai parametri tradizionali, è possibile definire non solo la prognosi, cioè le probabilità di sopravvivenza senza presenza di malattia a distanza di anni dall’intervento chirurgico, ma anche la probabilità che le donne sottoposte a terapia medica preoperatoria, cioè neoadiuvante, ottengano la risposta patologica completa. Il risultato del test può indirizzare il clinico, ad esempio, verso un’estensione della terapia adiuvante, utilizzando più farmaci anti HER2 dopo l’intervento chirurgico. Oppure può portare a una diminuzione dell’intensità delle cure, con chiari vantaggi in termini di tossicità evitate alle pazienti e risparmi di risorse per il sistema”.  

E nelle pazienti per cui è indicata la terapia neoadiuvante, il tipo di trattamento sistemico preoperatorio ed eventualmente successivo alla chirurgia è determinato dal risultato del test in termini di risposta patologica completa. “Le donne che la ottengono di solito presentano una prognosi migliore, anche se non è escluso del tutto il rischio di una ripresa di malattia – conclude il prof. Conte -. Da qui l’importanza del valore prognostico del test che funziona in sinergia con quello predittivo e consente di scegliere il trattamento migliore anche in questi casi di difficile interpretazione”.

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