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Tumore al seno: scritto in un gene il successo della terapia anti-ormonale che riduce il rischio di recidive

Ogni anno in Italia il carcinoma mammario colpisce 55.000 donne, di cui il 70% ha un tumore al seno positivo ai recettori per gli estrogeni. In questi tumori, gli ormoni, in particolare estrogeni e progesterone, stimolano la crescita cellulare, perciò nelle pazienti dopo l’intervento è utile una terapia anti-ormonale per bloccare lo sviluppo tumorale e ridurre il rischio di ricaduta. Il blocco degli estrogeni, tuttavia, si associa a una maggiore probabilità di effetti collaterali come osteoporosi e malattie cardiovascolari.

Lo studio, iniziato nel 2005, ha seguito per 15 anni 886 donne in post-menopausa operate per un tumore al seno positivo per i recettori ormonali. L’obiettivo degli oltre 35 centri oncologici italiani coinvolti e coordinati dall’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino è stato analizzare se e come varianti genetiche dell’enzima aromatasi, implicato nella produzione degli estrogeni e bersaglio dell’antitumorale letrozolo, influiscano sulla probabilità di recidive del tumore e di effetti collaterali gravi. Gli inibitori dell’aromatasi come letrozolo rappresentano la terapia adiuvante anti-ormonale standard; impediscono infatti agli androgeni di trasformarsi in estrogeni, il ‘combustibile’ per le cellule del tumore al seno positivo ai recettori per gli estrogeni.

“L’analisi del profilo genetico delle 886 donne che, dopo l’intervento chirurgico, hanno ricevuto letrozolo ha permesso di individuare tre varianti genetiche dell’enzima aromatasi decisive sugli esiti della terapia – spiega Benedetta Conte, già oncologa della Breast Unit del Policlinico San Martino e attualmente ricercatrice del Translational Genomics and Targeted Therapies in Solid Tumors dell’IDIBAPS dell’Università di Barcellona e prima autrice dello studio – Le tre varianti si associano a un maggior rischio cumulativo di recidiva e metastasi del tumore a distanza di anni e con una maggiore mortalità, ma anche a un’incidenza cumulativa più bassa di effetti collaterali come fratture o eventi cardiovascolari a dieci anni. Questi risultati fanno ipotizzare che le pazienti con queste varianti genetiche producano fisiologicamente una maggiore quantità di estrogeni che da una parte riducono l’efficacia della terapia ormonale, portando a un rischio più alto di recidiva, dall’altra diminuiscono anche gli effetti collaterali gravi di tale terapia, come le fratture da osteoporosi”.

I risultati potranno avere importanti ricadute cliniche, perché attraverso un’analisi di un unico gene, relativamente semplice grazie alle tecnologie attuali, sarà possibile personalizzare al meglio la terapia, come spiega la coordinatrice dello studio Lucia Del Mastro, oncologa e direttrice della Clinica di Oncologia medica del San Martino – Università di Genova: “Oggi le pazienti operate per un carcinoma della mammella positivo per i recettori ormonali ricevono il trattamento ormonale adiuvante per un periodo che arriva fino a 7-8 anni. Valutare la presenza o meno di queste tre varianti genetiche potrebbe aprire la strada alla personalizzazione della durata di tale trattamento sulla base del rischio di recidive e di effetti collaterali di ciascuna paziente, per minimizzare i pericoli e ottimizzare i benefici con una ricaduta positiva sugli esiti di sopravvivenza”.

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