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Un servizio per le famiglie, che porta a domicilio i servizi sanitari e sociosanitari utili a rimandare l’ingresso di molte persone anziane in una struttura residenziale. Si tratta della “RSA Aperta”, esperienza messa in campo da un decennio dalla Regione Lombardia e che ha visto dall’inizio la Fondazione Don Gnocchi in prima linea nel garantire e affinare un servizio impostato su modelli innovativi, che nel tempo ha funzionato e ha permesso di raggiungere risultati significativi.
Come ben ricordato in un recente articolo del magazine Vita, curato dalla giornalista Sara De Carli, la Fondazione Don Gnocchi è stata il primo soggetto sperimentatore della RSA Aperta ed è oggi il primo player nell’ambito regionale lombardo, con poco meno di 400 persone affette da demenza prese in carico e 4mila accessi al mese.

«La sperimentazione – spiega il dottor Fabrizio Giunco, medico geriatra e direttore del Dipartimento Cronicità della Fondazione Don Gnocchi – era partita dal nostro Istituto “Palazzolo-Don Gnocchi”, insieme al Trivulzio e al Golgi-Redaelli, realtà già abituate a lavorare con persone con demenza, che già avevano servizi ambulatoriali specialistici per la diagnosi della malattia, servizi di cure intermedie e nuclei speciali Alzheimer. L’idea alla base della sperimentazione era quella di potenziare e specializzare l’Assistenza Domiciliare Integrata tarandola meglio sui bisogni delle persone: tant’è che inizialmente non si chiamava Rsa Aperta, ma “AdiDem”. Il punto di partenza era l’osservazione che l’Adi tradizionale con Asa, Oss, infermieri e fisioterapisti rispondeva poco ai bisogni della persona con demenza e così si è pensato di sperimentare l’invio a domicilio di altri operatori quali educatori, psicologi, neuropsicologi e terapisti occupazionali. Con una presa in carico che fin dall’inizio è stata pensata non solo per la persona, ma anche per garantire un supporto globale alle necessità della famiglia».

Il servizio dimostra di funzionare, perché risponde a un bisogno che esiste e lo fa in modo coerente. In sostanza, all’inizio i pazienti coinvolti sono soggetti con demenza certificata o problematiche cognitive, seguiti a casa loro grazie all’impegno di diverse figure professionali quali appunto medici, psicologi, terapisti, Oss, fisioterapisti e altri. Il coinvolgimento non riguarda i soli pazienti, ma anche e soprattutto le rispettive famiglie, che necessitano di un costante supporto psicologico e operativo, visto il carico emotivo e organizzativo che queste situazioni comportano e qui risulta preziosissimo il lavoro di coordinamento svolto dalla Centrale Operativa dei Servizi Territoriali dell’Istituto “Palazzolo-Don Gnocchi”.
Nell’evoluzione successiva si sviluppano due filoni: quello dedicato alle persone con demenza e quello per anziani non autosufficienti. Il nome di “RSA Aperta” viene dal fatto che quello che viene messo in campo sono il know-how, la professionalità e il modus operandi che la RSA ha già in casa: la novità è che porta tutto questo fuori, sul territorio.
«I primi tempi – aggiunge Giunco – sono stati un “ottovolante”, con alti e bassi che non sono stati facili da gestire, sia per le famiglie che per le organizzazioni. Negli ultimi anni la Regione ha riconosciuto il valore del servizio e ha costantemente aumentato il budget disponibile. Capiamo le ragioni, ma questo è il prezzo del successo: quando un servizio funziona, lo vorrebbero in tanti».

Insomma, la domanda c’è, il servizio è disegnato bene. Certamente richiede operatori ed équipe formate, ma il know how, come sottolineano gli attori principali, c’è. Gli utenti apprezzano, le famiglie pure. Tanto che alcune regioni hanno replicato il modello, con nomi che fanno riferimento all’idea di una Adi evoluta. Nell’articolo di Vita vengono affrontati i nodi dei budget imposti dalla regione Lombardia rispetto a questo servizio e rimane poi sullo sfondo il quadro in divenire legato all’entrata in vigore, nello scorso mese di marzo, del Decreto Legislativo n. 29, la tanto attesa riforma della non autosufficienza, all’interno della quale dovrebbe esserci anche un ripensamento della residenzialità per le persone anziane non autosufficienti, che nel testo resta solo accennato. In particolare, il decreto del ministero della Salute che dovrebbe dettagliare meglio i requisiti della “nuova” residenzialità sociosanitaria è atteso entro 120 giorni dall’entrata in vigore della legge, quindi attorno alla metà di luglio.