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In Italia oggi i caregiver sono più di 7 milioni. Tra questi, più di un lavoratore su 3 si occupa di un familiare non autosufficiente, nella maggior parte dei casi personalmente e senza alcun supporto esterno, a fronte di un 33% che si rivolge a strutture o professionisti privati, mentre solo 1 su 4 accede a strutture pubbliche. È quanto emerge dallo studio“Care 4 caregiver” sui bisogni dei caregiver lavoratori realizzato congiuntamente da Jointly e Boston Consulting Group, su un campione di 12mila lavoratori dipendenti di aziende di settori diversi.

Un’incidenza che non può che essere destinata a crescere in un Paese in cui l’aspettativa di vita si sta progressivamente allungando e dove oggi quasi 1 cittadino su 4 ha più di 65 anni, secondo gli ultimi dati Istat.

In particolare, dalla ricerca BCG – Jointly emerge che il servizio pubblico più utilizzato è l’indennità prevista dalla legge 104, mentre l’accesso alle cure ospedaliere non è più una garanzia del “pubblico” e ormai un cittadino su due entra come privato. Così come le cure domiciliari attraverso badanti e colf sono a carico del cittadino, sia da un punto di vista logistico che economico.

“Quello che emerge dal sondaggio – spiega Francesca Rizzi (nella foto), CEO e Cofounder di Jointly – è l’importanza del ruolo che il welfare privato può ricoprire nel fornire servizi e soluzioni utili a supportare i lavoratori caregiver anche dal punto di vista logistico – amministrativo, creando partnership sul territorio con gli enti pubblici per far fronte alle carenze del servizio sanitario nazionale”. “Alla luce di quanto previsto non solo dal recente DdL 506, il cosiddetto “DdL Anziani” – prosegue Francesca Rizzi – ma anche dal disegno di legge delega per la semplificazione dei procedimenti amministrativi approvato recentemente che prevede semplificazione regolatoria e la riduzione degli oneri amministrativi a carico dei familiari che assistono congiunti con disabilità e anziani non autosufficienti, crediamo fortemente che anche il welfare aziendale possa dare un contributo importante, in termini di soluzioni innovative per facilitare il supporto alla cura e alla conciliazione, al fine di migliorare le condizioni di vita e lavorative dei caregiver familiari”.

Grazie alle misure introdotte dall’art. 3 del suddetto decreto, si ridurrà, infatti, il numero delle prescrizioni necessarie per i pazienti cronici, alleggerendo al contempo i caregiver familiari da oneri prettamente amministrativi e burocratici e consentendogli di provvedere ai loro cari senza dover attivarsi su più soggetti. 

Occuparsi del proprio caro significaanche affrontare dei costi. Dal punto di vista economico, dalla ricerca BCG – Jointly emerge che il 17% dei caregiver spende in media oltre 10.000 euro all’anno per l’attività di assistenza e cura, risorse che,in un caso su due, provengono da fondi personali o familiari. Ma i costi non si limitano a quelli “monetizzabili”: quasi un caregiver su tre dedica infatti almeno 14 ore alla settimana alla cura, un impegno che per molti risulta “pesante” o “molto pesante”. Le difficoltà maggiormente percepite dai lavoratori caregiver sono soprattutto carico mentale e mancanza di tempo, tanto che il 56% degli intervistati desidererebbe fortemente poter staccare dal lavoro di cura, mentre il 44% sente di aver bisogno di un sostegno psicologico.

I carichi di cura sono così impegnativi che possono avere delle ripercussioni anche sull’attività lavorativa. Rispetto al rapporto con il proprio datore di lavoro, secondo la ricerca BCG – Jointly, infatti, il 38% dei caregiver lavoratori intervistati afferma di non aver segnalato la propria situazione per timore che possa inficiare la sua posizione, mentreil 23% dice di non essersi sentito compreso, a fronte di un 28% che si è ha invece potuto contare sul supporto da parte del proprio responsabile.

La risposta a questi bisogni deve quindi necessariamente orientarsi verso soluzioni di welfare integrato che siano in grado di alleggerire questo tipo di carichi, offrendo servizi di supporto per i lavoratori caregiver e favorendo una conciliazione che risultisempre più efficace. Tra gli esempi di attività e servizi che, secondo le aziende intervistate, andrebbero messi più in evidenza nell’offerta di welfare ci sono, ad esempio, gli sportelli di orientamento sui servizi messi a disposizione anche da parte del settore pubblico e sulle procedure burocratiche da attivare; la segnalazione di strutture specializzate in determinate casistiche di disabilità; lo sviluppo di piattaforme di networking e condivisione di esperienze tra familiari.

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