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Il 24 maggio al Teatro Manzoni di Milano, 1.000 donne operate di tumore al seno hanno partecipato alla quindicesima edizione di IEO per le Donne, per dare voce alla campagna per il diritto di riprendersi la vita dopo il cancro. Al loro fianco sono intervenuti Paolo Veronesi, Direttore del Programma di Senologia dello IEO, Gabriella Pravettoni, Direttore della Psiconcologia IEO, Viviana Galimberti, Direttore della Chirurgia Senologica, Emilia Montagna, medico della Divisione di Senologia medica. Dal palco del Manzoni, in presenza o in video, sostengono la campagna Caterina Balivo, Orietta Berti, Maria De Filippi, Mara Maionchi.

“In Italia, circa 800.000 donne hanno ricevuto una diagnosi di cancro al seno, e un’alta percentuale, oltre l’80%, è clinicamente guarita dopo 5 anni- dichiara Paolo Veronesi – Eppure, dopo aver superato l’ostacolo più difficile, queste donne spesso incontrano un ‘altra barriera, perché la società le considera pazienti oncologiche per sempre. IEO lancia dunque una campagna perché i ruoli e i diritti delle donne colpite da tumore del seno non siano determinati, in alcuni casi fortemente, dalla loro malattia. Ci uniamo prima di tutto alle associazioni di medici e di pazienti a favore di una legge che, in caso di guarigione, riconosca il diritto a non dichiarare informazioni sulla propria malattia, o diritto all’oblio oncologico. In sostanza oggi chi ha avuto un cancro ha difficoltà ad adottare un bambino o accendere un mutuo per comprarsi una casa, come se la sua malattia non possa, appunto, essere mai dimenticata. La nostra campagna si attiva perché non ci siano discriminazioni in ogni fase della malattia, non soltanto dopo la guarigione. Oggi sono sempre più numerose le donne che convivono a lungo con un tumore del seno. Per la maggioranza di loro è possibile un recupero fisico, cognitivo, psicologico e sociale, che permette un reinserimento nella vita prima del cancro. Esiste dunque anche un diritto alla reintegrazione sociale delle donne con tumore al seno, di cui bisogna parlare. Mi piace ripetere che per ogni cellula che impazzisce e si trasforma in tumore, una donna soffre. Non sappiamo ancora evitare che quella cellula impazzisca, ma possiamo curare la donna. Oggi chiediamo che anche la legge riconosca questa nuova e straordinaria realtà”.

“Le terapie attuali sia chirurgiche che post-chirurgiche permettono di spostare molto più in là i limiti alla vita della paziente. Per questo è così importante la reintegrazione che noi allo IEO otteniamo attraverso il Women’s cancer center.  Il nostro obiettivo è prendere in carico la persona, al di là degli esami di controllo. Ci occupiamo dell’aspetto ginecologico con attenzione alla maternità e sessualità, del benessere fisico- psicologico e anche del rischio familiare. Il nostro modello, a sua volta mutuato dai migliori centri europei e americani, si sta per fortuna diffondendo in tutto il Paese” spiega Viviana Galimberti.

“Oggi chi ha un tumore al seno metastatico può vivere la sua malattia in maniera davvero rivoluzionaria rispetto a solo pochi anni fa. Purtroppo questo non vale ancora per tutti i tumori, ma la percentuale di casi critici diminuisce ogni anno. In oltre il 50 % dei casi, grazie alla possibilità di personalizzare i trattamenti con la diagnostica molecolare e il Tumor Board, o grazie alle nuove metodiche di somministrazione dei farmaci, come la terapia metronomica, la malattia può essere controllata e la terapia adattata per aderire il più possibile al progetto di vita della donna” aggiunge Emilia Montagna.

“Il primo dei diritti della paziente oncologica è quello alla libertà. L’esigenza più forte di chi ha vissuto o sta vivendo l’esperienza di un tumore è non sentirsi giudicata o discriminata, ma di poter ritrovare, appunto liberamente, il suo punto di equilibrio nel rispetto della propria identità, cultura e storia personale. Il benessere femminile dipende da tanti fattori, che hanno importanza diversa da donna a donna. Ogni paziente può superare la malattia a modo suo e noi psicologi le diamo gli strumenti per il suo percorso individuale. A patto che sia libera di scegliere la sua strada” conclude Gabriella Pravettoni.

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