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Le persone vivono più a lungo, ma in cattive condizioni di salute: sebbene l’aspettativa di vita in buona salute a livello globale sia aumentata costantemente tra il 1990 e il 2019, non è aumentata tanto quanto l’aspettativa di vita complessiva. La causa principale è rappresentata dal continuo aumento delle malattie croniche non trasmissibili, rispetto al peso globale delle malattie, come problemi cardiovascolari, diabete e tumori, e dei relativi fattori di rischio come fumo di sigaretta, alti livelli di glucosio nel sangue e di pressione arteriosa, obesità e abuso di alcol.  
Questo è quanto emerge dagli ultimi risultati del Global Burden of Disease, studio condotto dall’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington, Usa, pubblicati sulla rivista anglosassone “The Lancet”. Lo studio, che coinvolge 204 paesi tra cui l’Italia, si ripropone dal 1990 di misurare a livello mondiale gli andamenti epidemiologici, valutando le cause della perdita di salute intesa non solo come morte prematura, ma anche come anni vissuti con disabilità.  
«Il quadro italiano è in linea con questi sviluppi che si stanno accentuando nel tempo – dichiara Lorenzo Monasta, epidemiologo dell’Irccs “Burlo Garofolo” di Trieste, centro che coordina il Network italiano comprensivo di 20 istituti di ricerca –. Possiamo vedere che l’impatto dei fattori di rischio si riversa principalmente su patologie croniche non trasmissibili. La crisi economica ha sicuramente accentuato comportamenti di salute sbagliati: diete sbilanciate ricche di grassi e zuccheri, fumo e alcol possono dare effettivamente un senso di appagamento, come suggerisce il termine inglese che li definisce comfort foods».  
Questa situazione di fragilità dettata dalla grande presenza di malattie croniche ha fornito, in Italia, come nel resto del mondo, terreno fertile alla diffusione del Covid, che, come rivelano i dati Istat e i rapporti dell’Istituto Superiore di Sanità, colpisce più duramente coloro che convivono con comorbilità concomitanti. «L’impatto dei diversi fattori di rischio, come precedentemente accennato – prosegue Monasta –, è inoltre dettato dalle disuguaglianze socioeconomiche come povertà, alloggio, area di provenienza, istruzione, che favoriscono un cattivo stile di vita e il conseguente peggioramento dello stato di salute. L’obesità ad esempio, è un problema sempre più diffuso nelle fasce di popolazione più deboli».   Quanto emerge dallo studio evidenzia inoltre che il miglioramento della salute sta ristagnando nella maggior parte dei paesi a reddito più elevato. Gli autori dello studio ritengono che la ragione di questa mancanza di progressi potrebbe includere l’aumento dei tassi di obesità, la diminuzione della riduzione del fumo e la mancanza di interventi mirati per trattare l’ipertensione arteriosa e il colesterolo alto, tutti fattori che determinano i decessi cardiovascolari.   «La salute della popolazione è strettamente associata al benessere della popolazione stessa. I fattori di rischio maggiormente presenti tra gli italiani e, più in generale, a livello globale – conclude Monasta – sono tutti prevenibili, ragion per cui dovrebbero essere impiegati maggiori sforzi da parte delle politiche internazionali per investire nella prevenzione, così da rendere possibile un comportamento più sano per tutti, diminuendo di conseguenza i costi dei sistemi sanitari nazionali».

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