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Gli uomini che hanno una variante genetica rara sono esposti ad un maggiore rischio di sviluppare forme gravi di COVID-19: è la recente scoperta del gruppo di ricerca dell’Università di Siena, coordinato dalla professoressa Alessandra Renieri, docente del dipartimento di Biotecnologie mediche e responsabile della U.O.C. Genetica Medica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Senese.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica “eLife” e condotto in collaborazione con l’Università di Pavia, mostra come i pazienti maschi che presentano una mutazione nel gene TLR7, deputato alla regolazione della produzione di interferone da parte delle cellule immunitarie durante l’infezione virale, hanno maggiori probabilità di manifestare forme cliniche gravi di COVID-19, fino al ricovero in terapia intensiva e alla morte.
I risultati aprono all’utilizzo dell’interferone per terapie personalizzate verso i pazienti portatori di questa variante genetica, per prevenire le gravi conseguenze della malattia.
”Sebbene l’età avanzata e la presenza di altre condizioni, come malattie cardiovascolari o diabete, siano fattori di rischio noti, da soli non spiegano completamente le differenze di gravità nelle manifestazioni cliniche del COVID-19″ – spiega Chiara Fallerini, assegnista di ricerca presso il dipartimento di Biotecnologie mediche dell’Università di Siena e prima autrice dello studio. “Alcuni uomini, senza condizioni mediche particolari preesistenti, – continua – hanno maggiori probabilità di essere ricoverati in terapia intensiva e morire di COVID-19, il che suggerisce che altri fattori intervengano nel causare un deficit nel loro sistema immunitario”.
L’interferone è prodotto dalle cellule immunitarie durante l’infezione virale, a seguito di stimolo di sensori chiamati recettori Toll-like che rilevano i virus e danno il via alla risposta immunitaria.
“Quando un recente studio ha identificato rare mutazioni nel gene TLR7 in giovani uomini con COVID-19 grave – evidenzia Mario Mondelli, docente di Malattie infettive presso la Divisione di Immunologia Clinica e Malattie Infettive della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo e dell’Università di Pavia – abbiamo voluto indagare se questa fosse una situazione molto rara o solo la punta dell’iceberg”.
La ricerca è stata condotta su un gruppo di 156 pazienti maschi affetti da COVID-19 di età inferiore a 60 anni, selezionati all’interno dell’ampio studio multicentrico GEN-COVID coordinato dalla professoressa Renieri, che ha coinvolto da marzo 2020 una rete di oltre 40 ospedali italiani.
Il team ha identificato il gene TLR7 come uno dei più importanti legati alle manifestazioni cliniche gravi della malattia. Ha poi selezionato dall’intero database GEN-COVID i pazienti di sesso maschile più giovani, con meno di 60 anni, identificando rare mutazioni di TLR7 in 5 dei 79 pazienti con COVID-19 potenzialmente letale e nessuna mutazione nei pazienti che avevano pochi sintomi.
“I nostri risultati – afferma Elisa Frullanti, ricercatrice del gruppo dell’Ateneo senese e ultimo nome del lavoro scientifico – mostrano che gli uomini di giovane età con manifestazioni gravi di COVID-19 che hanno perso nei loro geni la funzione regolatrice dell’interferone rappresentano un piccolo ma importante sottogruppo dei pazienti COVID-19 più vulnerabili”.
“Queste mutazioni – conclude la professoressa Renieri – potrebbero potenzialmente spiegare la gravità della malattia nel 2% degli uomini con COVID-19. Riteniamo dunque che lo screening genetico possa aiutare ad individuare tempestivamente i casi in cui il trattamento con l’interferone può essere risolutivo e prevenire così ulteriori morti”.

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