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Il diabete di tipo 2 può comportare problemi al fegato anche gravi. A dirlo è uno studio del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca – dal titolo “Pathophysiology/Complications – High prevalence of advanced liver fibrosis assessed by transient elastography among US adults with type 2 diabetes” – pubblicato su “Diabetes Care”. Il team di ricerca dell’Ateneo che opera presso il Centro di Diabetologia del Policlinico di Monza aveva già appurato, lo scorso anno, che un paziente su cinque affetto da diabete è esposto a gravi complicanze epatiche. Dal nuovo lavoro, basato sull’analisi dei risultati di uno screening della popolazione generale condotto dal Ministero della Salute statunitense, emerge che la prevalenza di una compromissione epatica avanzata tra i pazienti americani con diabete di tipo 2 è del 20%.

I risultati delle recenti ricerche coordinate dal professore Gianluca Perseghin, docente di Endocrinologia dell’Università di Milano-Bicocca, confermano la necessità di sottoporre ad uno screening del danno epatico i pazienti affetti da diabete di tipo 2. Attualmente, questo non avviene in maniera routinaria, al contrario dello screening delle malattie cardiovascolari e renali, sia perché l’associazione tra diabete e “fegato grasso” è sempre stata considerata sostanzialmente benigna, sia perché richiede una biopsia epatica, diagnostica invasiva e non scevra da possibili complicanze.

Stefano Ciardullo, specializzando della Scuola di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo dell’Università di Milano-Bicocca e e leading investigator del progetto di ricerca, si sta occupando di sviluppare dei bio-marcatori di predizione del rischio di compromissione epatica applicabili nella pratica clinica che eludano la necessità di eseguire la biopsia epatica. Nel programma di screening statunitense è stata utilizzata una metodica per immagini più sensibile e specifica quale l’elastografia epatica.

Il diabete di tipo 2, malattia metabolica molto diffusa nella popolazione con più di mezzo milione di pazienti in Lombardia, si caratterizza per una significativa riduzione dell’aspettativa di vita e riduzione della qualità della vita principalmente a causa delle complicanze cardiovascolari e renali e per un aumentato rischio di cancro.

«In realtà – spiega il professore Perseghin – non esiste un tessuto, organo o apparato che non sia interessato dagli effetti negativi del diabete. Una quota di pazienti non trascurabile può sviluppare, soprattutto se obesa, un vero e proprio processo infiammatorio del fegato che predispone all’insorgenza della fibrosi e cirrosi epatica. Lo studio suggerisce due azioni importanti: aumentare la consapevolezza degli operatori sanitari che si prendono cura del paziente affetto da diabete e quella del paziente stesso della possibile complicanza epatologica del diabete; sviluppare e validare metodiche sempre più affidabili, semplici di utilizzo nella routine clinica e poco costose da poter applicare in una popolazione di individui così numerosa come quella dei pazienti con diabete».

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