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Sindrome del “fegato grasso”: un nuovo studio su una nuova terapia

I ricercatori della Struttura Complessa di Medicina Interna ad indirizzo Metabolico Nutrizionale dell’Ospedale di Baggiovara, diretta dal prof. Pietro Andreone, hanno partecipato a uno studio che ha confermato l’efficacia del Tropifexor nel trattamento della steatoepatite non-alcolica, la cosiddetta sindrome del fegato grasso. Lo studio è stato pubblicato sul numero di febbraio di Nature Medicine, e ha visto coinvolti 84 ospedali di 17 Paesi. Sono stati 350 in totale i pazienti che hanno partecipato allo studio randomizzato; di questi, 253 hanno ricevuto il farmaco e 97 il placebo suddivisi in vari gruppi di trattamento a dosi crescenti. Il team del Prof. Andreone ha contribuito con 5 pazienti.
La steatosi epatica non alcolica – ha spiegato il prof. Pietro Andreone, docente UNIMORE – nota anche
come fegato grasso, è la più frequente malattia cronica del fegato che affligge fino al 30% della popolazione adulta. Nella maggior-parte dei casi le malattie metaboliche e in particolare il diabete, sono le principali cause e in alcuni soggetti, 1-2% della popolazione, la semplice steatosi si complica con una patologia progressiva, la steatoepatite non-alcolica, che può causare lo sviluppo della cirrosi e del cancro del fegato. Attualmente, i cambiamenti dello stile di vita (dieta e attività fisica) rappresentano l’unica terapia in grado di modificare l’evoluzione di questa patologia ma sono molto pochi (meno del 10%) i soggetti che riescono a raggiungere risultati ottimali”. L’Ospedale Civile di Baggiovara segue circa 250 pazienti con questa patologia. “Si comprende, quindi ha aggiunto il prof. Andreone – come sia grande l’interesse nella ricerca e sviluppo di terapie farmacologiche in grado di prevenire le temibili complicanze della steatoepatite non-alcolica”.
Nel tentativo di tenere sotto controllo questa patologia e prevenirne le complicanze, negli ultimi 10 anni  sono state sintetizzate e sperimentate diverse molecole e tra queste il Tropifexor che è un agonista non biliare del recettore nucleare farnesoide X, che si trova nell’intestino e nel fegato e regola il metabolismo degli acidi biliari, del colesterolo e dei trigliceridi.
“Il nostro studio – ha concluso il prof. Pietro Andreone – ha dimostrato che il Tropifexor, somministrato per 12 o 48 settimane e a tutte le dosi testate, è in grado di ridurre i valori della transaminasi alanino-aminotransferasi e del grasso contenuto nel fegato, rispetto al placebo, e si associa anche a una maggiore perdita di peso. Tali effetti benefici sono in parte controbilanciati dalla comparsa di un effetto
collaterale, il prurito, che risulta essere dose dipendente e che in alcuni casi ha reso necessario la sospensione della terapia in quanto non tollerato”. Il farmaco è in sviluppo in associazione con un farmaco antidiabetico per valutarne l’efficacia nei soggetti con steatoepatite non alcolica e fibrosi del fegato avanzata. 
Attualmente il team coordinato dal prof. Andreone è coinvolto in 4 sperimentazioni cliniche farmacologiche e in uno studio spontaneo finanziato dal PNRR assieme alla prof.ssa Federica Pellati di UNIMORE volto allo sviluppo di una strategia di screening per identificare i pazienti con stetatoepatite non-alcolica avanzata e alto rischio di sviluppo di complicanze.   

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