FHI 2017

Philips raccoglie in uno studio globale sfide e opportunità della Sanità del futuro

Royal Philips ha reso noti i risultati dell’edizione 2017 del Philips Future Health Index, studio internazionale condotto da IPSOS su 19 paesi1 nel mondo inclusa l’Italia, con l’obiettivo di confrontare le percezioni e le esperienze dei 1.500 cittadini e 200 professionisti sanitari intervistati con l’effettiva realtà2 dell’ecosistema sanitario di ognuno dei paesi coinvolti, quest’ultima determinata sulla base di dati raccolti da World Health Organization, World Bank e International Data Corporation.
Lo studio in particolare ha indagato tre filoni cruciali nell’ambito dell’healthcare: l’accesso alla sanità, l’integrazione del sistema sanitario e l’adozione di tecnologie e sistemi per le cure connesse, la cosiddetta “connected care”. L’incrocio delle evidenze emerse, racconta di un paese complessivamente in buona salute, pronto e aperto ad accogliere la rivoluzione digitale della sanità, ma altrettanto consapevole che il sistema si muova molto lentamente e non sia ancora in grado di rispondere alle esigenze di pazienti e professionisti sempre più competenti ed esigenti: oltre il 60% del campione, infatti, non crede di avere accesso alle cure necessarie e ritiene che una maggiore integrazione migliorerebbe significativamente il livello di qualità del sistema sanitario.
Gli italiani hanno le idee chiare, dunque, e risultano essere il popolo più disincantato e più realista sullo stato della sanità nel paese mostrando il gap tra percezione e realtà consolidato (tra accesso, integrazione e adozione di tecnologie) più basso in classifica che si attesta sullo 0.4. A fare da contraltare, i paesi più “ottimisti” che risultano dunque avere una percezione più positiva di quanto sia effettivamente la realtà: guidano la graduatoria l’Arabia Saudita con un divario pari a 30.8 e gli Emirati Arabi Uniti (27.3) seguiti da Cina (24.7) e Australia (23.7). Francia, Olanda, Svezia e Singapore emergono invece sul fronte dei “pessimisti” con una percezione nettamente inferiore alla realtà.
Il Philips Future Health index 2017 ha, inoltre, calcolato per ogni paese un quoziente di efficienza sanitaria confrontando lo stato di salute della popolazione3 con l’incidenza della spesa sanitaria sul PIL, pari a 9.3 in Italia. Il nostro risulta essere il paese europeo con l’indice più alto in Europa pari a 9.9, a dimostrazione del buono stato di salute degli italiani, come recentemente confermato dal Bloomberg Global Health Index: in entrambi i campioni il 61% degli intervistati considera il proprio stato di salute da buono a molto buono fino ad eccellente. Questo dato è perfettamente in linea con il risultato dello studio condotto da Philips in Italia lo scorso anno secondo il quale il 58% degli intervistati dichiarava una percezione positiva del proprio stato di salute.
L’accesso alla sanità è calcolato confrontando le risposte del campione intervistato con i dati sulla densità di personale medico ogni 10.000 abitanti e la percentuale di persone a rischio a causa di una minor spesa per i trattamenti chirurgici.
L’accesso reale all’assistenza sanitaria è migliore di quanto gli italiani ritengano, siano essi professionisti o cittadini. Infatti, la loro percezione sull’accesso alle cure (59.9), è decisamente inferiore rispetto alla realtà che si attesta su 67.3, superando la media degli altri paesi (64.6). Un gap relativamente basso tra percezione e realtà in Italia pari a 7.4, che rivela come soltanto un terzo degli italiani (il 37%) ritenga di avere accesso alle risorse mediche necessarie per curare i familiari malati o se stessi nelle loro case. Su questo aspetto i professionisti sanitari concordano: il 62% pensa che i propri pazienti non abbiano un reale accesso alle cure. Un allineamento significativo, dunque, tra medici e pazienti, che convergono nel non riconoscere nel sistema una risposta adeguata in termini di accessibilità rispetto alle loro esigenze.
L’integrazione del sistema sanitario è calcolata confrontando le risposte del campione intervistato con i dati sulla spesa in Infomation Technology destinata alla sanità in ambito di connettività, software e servizi nel 2015.
È questo l’aspetto sul quale gli italiani nutrono le più grandi aspettative: sull’integrazione del sistema sanitario emerge, infatti, un importante gap tra percezione e realtà (32.0), il più alto tra i paesi europei. Nonostante le percezioni di pazienti e professionisti sanitari siano in linea con la media degli altri paesi (54.5 in Italia vs 54.9), la realtà risulta essere inferiore rispetto alla media (22.5 in Italia vs 24.1).
Per quanto riguarda il percepito, sia ​​i cittadini (il 64%) che i professionisti sanitari (il 95%) ritengono che l’integrazione migliorerebbe significativamente il livello di qualità del sistema sanitario. Tuttavia, entrambi i campioni intervistati concordano sul fatto che l’attuale sistema sanitario italiano non sia sufficientemente integrato e che la più grande barriera sia rappresentata dai costi: il 53% dei pazienti italiani e il 49% dei professionisti sanitari credono che il processo di integrazione della sanità renderebbe la gestione della salute più costosa.
Il punteggio relativo alla realtà in Italia risulta essere inferiore alla media principalmente a causa della percentuale di spesa rispetto al PIL in servizi di Internet of Things dedicati alla sanità, che risulta essere minore rispetto alla media degli altri Paesi.
L’adozione è calcolata confrontando le risposte del campione intervistato, con i dati sulla presenza di una politica sulla tecnologia in ambito sanitario e la spesa in Information Technology destinata alla sanità in ambito di hardware nel 2015.
L’Italia risulta essere uno dei paesi con la realtà sull’adozione di tecnologie per le cure connesse più alta (70.8) rispetto alla media (57.8), seppur ancora molto lontana da un paese come la Francia che possiede un sistema per molti versi simile a quello italiano (86.8): questo significa che l’Italia si posiziona come paese abbastanza avanzato nell’ambito della “connected care” grazie a una politica precisa sulle nuove tecnologie sanitarie e una maggiore spesa rispetto al PIL in apparecchiature di IoT in ambito sanitario rispetto alla media degli altri paesi.
Il punteggio di percezione risulta essere, invece, leggermente inferiore alla media (47.2 in Italia vs 50.8) influenzato dalla scarsa conoscenza delle nuove tecnologie di “connected care” da parte dei pazienti (9%) e dei professionisti sanitari (34%), nonché dalla convinzione che queste tecnologie non possano essere utilizzabili a pieno in tutti i settori della sanità. A tal proposito, dall’indagine risulta che gli ambiti della medicina in cui gli italiani hanno maggiormente sperimentato le nuove tecnologie di cure connesse sono stati: la fertilità e la gestione neonatale/parentale (per il 41%), la pneumologia (per il 37%), l’oncologia (per il 34%) e la cardiologia (per il 31%).
Tuttavia, il punteggio è solo leggermente inferiore alla media, in quanto gli intervistati riconoscono l’importanza della “connected care” e si dicono pronti a adottarle prendendo parte alla rivoluzione digitale che sta abbracciando negli ultimi anni il settore sanitario. Una conferma dunque rispetto alle evidenze del Future Health Study 2016, che sottolinea un’urgenza da parte della popolazione di passare dalle intenzioni ai fatti.
In Italia, risultano essere le donne le maggiori sostenitrici delle cure connesse a beneficio di se stesse e della propria famiglia: il 59% del campione femminile, infatti, ritiene estremamente utile la consultazione medica virtuale o da remoto, il 54% vorrebbe avere quotidianamente accesso ai dati medici relativi ai propri parametri vitali e il 64% desidererebbe ricevere alert su visite ed esami attraverso dispositivi connessi.

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