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Martedì 17 settembre si celebra il “Patient Safety Day”, la giornata mondiale dedicata alla “sicurezza dei pazienti” in ambito sanitario. Il tema, di grandissima portata etica e sociale, vuole ricordare che ai malati devono essere garantite non solo le cure migliori, ma anche ambienti sani e sicuri, utilizzo appropriato delle strumentazioni, rigorosa osservanza delle metodologie di impiego. È comprovato, infatti, che la dimensione delle infezioni sviluppate in ambito ospedaliero è impressionante per numero di ricoveri, decessi e costi sostenuti dal Sistema Sanitario Nazionale.

Il comparto dei Dispositivi Medici è particolarmente sensibile ai temi della sicurezza e della prevenzione delle infezioni; in questa direzione ha orientato la ricerca di soluzioni ad alta innovazione tecnologica, e investimenti in percorsi formativi che garantiscano adeguate competenze al personale sanitario.

Fra le misure più efficaci per prevenire le infezioni va menzionato l’utilizzo crescente di dispositivi monouso, da preferirsi ai riutilizzabili non solo per praticità e rapidità di impiego, ma per l’assenza di possibili “contaminazioni” e maggiore sicurezza per i pazienti. Una ricerca USA ha evidenziato, per esempio, che l’utilizzo di spazzolini pluriuso per il lavaggio di strumentazioni ospedaliere e dispositivi medici è una delle cause “banali”, ma che possono determinare il propagarsi di infezioni. L’adozione dei monouso ha – ovviamente – implicazioni economiche; anche su questo fronte va però ricordato che i rischi derivanti dal mancato o non appropriato “ricondizionamento“ dei dispositivi sono molto elevati; la pre-detersione e i lavaggi manuali possono infatti causare la formazione di biofilm batterici che permangono sulle superfici delle apparecchiature e interferiscono con i processi di disinfezione e sterilizzazione. 

Commenta – in proposito – il Professor Fancesco Saverio Mennini – Research Director EETHA del CEIS, Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata e Kingston University di Londra: “Le ricerche condotte su questo tema evidenziano un problema sottostimato, con implicazioni potenzialmente fatali. Nel caso delle infezioni urogenitali successive ad intervento, si ha un aumento della degenza media di 4 giorni, che corrispondono ad un incremento del costo medio di ospedalizzazione di circa 900€. Sicuramente, il ricondizionamento di tutti gli endoscopi, siano essi per uso urologico o gastroenterologico, è un fattore importantissimo, cui è legato un rischio intrinseco difficilmente abbattibile. Proprio per questo, la scelta di utilizzare dispositivi monouso rappresenta una possibile soluzione al problema, che dovrebbe essere parte integrante di una strategia più ampia di riorganizzazione dei reparti ospedalieri e di revisione dei percorsi del paziente.”

Nel settore urologia, uno dei più esposti ai rischi di infezioni batteriche, sono stati introdotti dispositivi monouso che hanno contribuito largamente a prevenire la diffusione dei batteri. Come LithoVue, il nuovo sistema monouso per la diagnosi e il trattamento non invasivo dei calcoli renali, che consente agli urologi di eseguire contemporaneamente procedure diagnostiche e terapeutiche nell’apparato renale e urinario di ogni paziente, con una visualizzazione di altissima qualità che permette di definire con precisione l’area su cui intervenire. Anche qui, i numeri evidenziano l’ampiezza del problema: la calcolosi renale è una delle principali cause di ricovero in ambito urologico, con una stima di 98.044 ricoveri annui, circa 38.000 interventi di “ureterolitotrissia endoscopica” e una spesa complessiva annua di circa 205 milioni di euro. I ricoveri nei quali si sviluppano infezioni incidono per il 5,1%, con una spesa aggiuntiva per ogni ricovero di 1.245 euro e un impatto sul SSN di 43,6 milioni di euro. Le infezioni comportano un aumento medio della degenza di 3,3 giornate, il che significa un aggravio di costi ospedalieri annui tra 56,6 e 75,5 milioni di euro, senza contare che le giornate di degenza aggiuntiva determinano anche un impatto sui costi indiretti compresi tra 4,6 e 9,1 milioni di euro/anno. 

I dispositivi monouso coniugano efficacia, sicurezza e risparmi economici. Un ureteroscopio pluriuso richiede, in media, interventi di riparazione dopo circa 12 utilizzi, con un costo per ogni riparazione di circa 4.708 euro e ritardi nell’effettuazione di interventi chirurgici proprio a causa di “soste” per la rigenerazione degli strumenti.

“Senza contare” – come ricorda il dottor Ioannis Kartalas Goumas, Head of Urology and Endourology Division dell’Ospedale di Vimercate – “gli indiscutibili vantaggi professionali dei monouso che consentono ai medici di operare ogni paziente con strumenti sempre nuovi, potendo contare sulla massima efficacia e sicurezza”

In settori ad alto rischio come la cardiologia, la sicurezza dei pazienti è tutelata anche da dispositivi impiantabili ad alta innovazione tecnologica. Basti ricordare, fra gli altri, il defibrillatore impiantabile sottocutaneo S-ICD. Primo e unico al mondo, rappresenta oggi una delle soluzioni terapeutiche più avanzate per prevenire le aritmie cardiache maligne e la morte cardiaca improvvisa, un evento che colpisce,  ogni anno, 50.000 persone in Italia e 350.000 in Europa. Nato dalla ricerca Boston Scientific, S-ICD ha ottenuto il marchio CE e l’approvazione della FDA. Il dispositivo viene posizionato sotto la pelle e funziona senza toccare né il cuore né i vasi sanguigni. Attivo 24 ore su 24, laddove registri un ritmo cardiaco anomalo, emette automaticamente l’impulso elettrico per ripristinare il ritmo normale, in totale sicurezza per il paziente. 

Commenta in proposito il dottor Antonio D’Onofrio – Responsabile U.O.S.D. di Elettrofisiologia, Studio e Terapia delle Aritmie – Ospedale Monaldi di Napoli: “Il defibrillatore sottocutaneo rappresenta un’opzione terapeutica che ha superato gli inconvenienti tecnici ed infettivologici dei device tradizionali, dimostrando pari sicurezza ed affidabilità nella prevenzione della morte improvvisa e lasciando intatti gli accessi vascolari ed il cuore.”

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