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3.000esimo intervento al Centro trapianti di fegato dell’ospedale Molinette di Torino

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Lunedì 17 luglio 2017 è stato effettuato il trapianto di fegato numero 3.000, l’ultimo di una storia ricca di successi, innovazioni, sperimentazioni, cambiamenti importanti per il Centro Trapianti di Fegato di Torino. Ora si colloca primo nell’Unione Europea e tra i primi al mondo per numero di trapianti effettuati e per sopravvivenza: secondo il registro mondiale dei trapianti dell’Università di Heidelberg: condivide questa posizione prestigiosa con i centri di Cambridge, Dallas, Birmingham e del London Kings College. Un record che si è consolidato in poco più di 25 anni: era il 10 ottobre 1990 quando avveniva il primo trapianto di fegato su un uomo di 44 anni, durato 13 anni; ed ancora era il 10 gennaio 1993 quando si è dato avvio al trapianto pediatrico e il 14 ottobre 1999 quando il trapianto è divenuto di routine anche su pazienti molto piccoli con patologie congenite.
Da allora questo programma ha avuto uno sviluppo sempre più complesso: 5% sono stati i trapianti di solo una parte del fegato, di cui 14 da donatore vivente; 2% quelli in cui oltre al fegato si è trapiantato in contemporanea un altro organo, 7 sono i trapianti cosiddetti domino (il fegato nativo di un primo ricevente è stato poi trapiantato ad un secondo ricevente); 8% sono i ritrapianti.
Non va dimenticato che il 5% dei trapianti sono stati effettuati su pazienti in condizioni di emergenza nazionale: sull’esito di questi pazienti non incide solo la difficoltà clinica e chirurgica, ma anche la variabile tempo, ovvero la capacità di reperire un donatore compatibile ed effettuare il trapianto in poche ore.
Dal 1993 ad oggi sono stati trapiantati 166 pazienti in età pediatrica, con fegato intero o split.
Non è soltanto una questione di numero di trapianti, ma anche di qualità dei risultati ottenuti. In questi 27 anni, la sopravvivenza dei pazienti che hanno ricevuto il trapianto è stata pari al 91% ad 1 anno, 81% a 5 anni e 73% a 10 anni. Questo vuol dire che a distanza di 10 anni dal trapianto 73 pazienti su 100 continuavano ad essere vivi: un traguardo insperato per chi ha malattie che lasciano – senza trapianto – un’attesa di vita da pochi giorni ad alcuni mesi. Si tratta di malattie gravi che portano ad un danno irreversibile del fegato: il più delle volte a seguito di una infezione virale (31% a causa del virus C dell’epatite, 18% del virus B), ed ancora per cirrosi alcolica (12%), cirrosi di altra origine (14%), malattie metaboliche o malformative, ed altre ancora.
Ma le continue innovazioni nelle tecniche chirurgiche, nelle terapie contro il rigetto, o quelle per arginare eventuali infezioni, o, ancora, il monitoraggio immunologico stanno dimostrando che la riuscita del trapianto epatico possa essere ancora migliorata: se si confrontano gli esiti dei quasi mille trapianti eseguiti nel periodo 2010-2016 con quelli eseguiti nei periodi precedenti, si nota che la probabilità di successo è migliorata di un ulteriore 10%. e se si esaminano i pazienti pediatrici, quasi il 90% dei trapianti continua a funzionare dopo 5 anni, rendendo il centro di Torino un riferimento anche per il trapianto nel bambino.
Allargando lo sguardo a chi attende l’organo, al luglio 2017 sono in lista di attesa per il trapianto di fegato presso il Centro di Torino una ottantina di pazienti: il tempo medio di attesa è pari a pochi mesi. E’ interessante notare che sono in riduzione le patologie legate all’infezione da Virus C dell’epatite, poiché sono state recentemente introdotte terapie specifiche, così come le insufficienze d’organo da HBV, risultato della vaccinazione obbligatoria per epatite B.
La lista di attesa si compone anche di numerosi riceventi che hanno superato i 60 anni e che nel 40% circa proviene da regioni diverse dal Piemonte. Parallelamente assistiamo all’utilizzo di donatori con età sempre più elevata. Alla luce di quest’ultima considerazione i risultati ottenuti sono lo specchio dell’ottimo lavoro svolto dal Centro di Torino.
I fegati trapiantati a Torino provengono in larga misura da donatori dal territorio piemontese (73%), ma a questo successo hanno contribuito anche le altre regioni italiane (26%) ed in 29 casi Centri esteri (1%).
Il Centro di Trapianto epatico di Torino è dunque un riferimento sia per la mole di attività e sia per i risultati qualitativi: la rete italiana di trapianto espone sul sito del Ministero della Salute tutti i risultati della sorveglianza che effettua il Centro Nazionale Trapianti.
A dirigere il Centro Trapianti di Fegato dell’ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino è una figura emblematica: Mauro Salizzoni. In effetti solo pochi chirurghi al mondo possono vantare questo numero di interventi, e di questa complessità. Mauro Salizzoni è professore di Chirurgia alla Scuola di Medicina dell’Università di Torino ed ha saputo interpretare al meglio questo ruolo: la gente lo conosce come il “mago dei trapianti”, ma la comunità scientifica gli riconosce un ruolo fondamentale nello sviluppo di questa disciplina ed i suoi allievi si sentono fortunati ad averlo come maestro. Ma soprattutto i suoi pazienti lo ringraziano per aver dato loro una seconda vita con il trapianto. Numerose sono state le ricerche scientifiche che il suo gruppo ha pubblicato sulle riviste più prestigiose, come nuove tecniche e procedure di trapianto, l’identificazione di fattori che influenzano l’esito del trapianto o quali malattie possono essere meglio curate, fino alle nuove terapie cellulari o l’evidenza che il fegato ha una capacità di rigenerazione inconsueta, tanto che non ha quasi limiti di età.
Il Centro di Trapianto di Fegato, intitolato non ad un chirurgo, ma all’immunogenetista Sergio Curtoni, che è stato uno degli artefici dello sviluppo della disciplina dei trapianti a Torino ed in Italia, è dunque la scuola di riferimento per pazienti, medici affermati ed in formazione, ricercatori e studenti, e nel suo palmares, oltre alle numerose qualifiche già ottenute, oggi può aggiungere un traguardo importante: essere tra i primi centri trapianto al mondo.
Ovviamente questo traguardo non è solo opera di Mauro Salizzoni, ma è il risultato del lavoro di una rete di professionisti, che devono essere ringraziati, come pure i donatori e le loro famiglie che hanno reso possibile con la donazione degli organi tutto questo.

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